Appuntamento intermedio tra un’edizione e la successiva della manifestazione principale, Print4All Conference si è rapidamente consolidata quale importante momento di ritrovo per il settore della stampa all’insegna della convergenza con il mondo converting. All’invito presso il centro di Ville Ponti a Varese, quest’anno hanno risposto circa duecento addetti ai lavori, per un programma molto ricco e senza timori di allargare la propria visuale.
Una prima importante novità arriva proprio dall’ufficializzazione di due mondi ormai sempre più sovrapposti. ACIMGA e ARGI hanno infatti annunciato la nascita di PACTA – Printing & Converting Technology Alliance, nuovo progetto congiunto nato dalla volontà di rafforzare una collaborazione costruita negli anni.
Anche nell’era dell’AI, l’uomo resta al centro
Print4All Conference 2026 si è dedicata al binomio Human+Machine e Human+Life, per creare un dialogo continuo tra tecnologia e umanità, tra industria e vita quotidiana.
Nell’era dell’AI, ribadire il ruolo centrale della persona è una scelta sicuramente coraggiosa, più volte discussa e approfondita nel corso della giornata. In Human+Machine l’essere umano crea la fabbrica, la costruisce e collabora con la macchina per produrre evoluzione tecnologica, in una costante integrazione tra uomo, macchine, dati e automazione nei processi produttivi.
D’altra parte, in Human+Life il mondo produttivo torna alla persona, parlando del rapporto tra l’uomo e la materia che lo circonda e spostando lo sguardo sull’impatto dell’industria nella vita quotidiana, dove materiali, superfici, oggetti e packaging diventano il punto di contatto tra innovazione industriale, sostenibilità e comunicazione.
È importante sottolineare che l’AI non è in discussione. Anzi, è stata protagonista di diversi interventi, rivolti però a inquadrarla nella giusta dimensione, considerandola uno strumento e non un sostituto di altre risorse. «Quando vediamo un prodotto, spesso ignoriamo l’origine della materia prima di partenza, del tutto diversa – riflette Mafe de Biaggis, digital media strategist, copywriter e ricercatrice indipendente –. Allo stesso modo, il risultato di un’intelligenza artificiale non può essere un prodotto finito; i dati prodotti vanno analizzati, compresi e adattati alle proprie esigenze».
Per riuscirci, è possibile seguire cinque punti semplici, a partire dalla consapevolezza che l’AI non è un oracolo, ma si limita a rispondere a una domanda. Se questa è posta male, il risultato sarà poco attendibile. Inoltre, è bene ricordare che, per quanto i risultati siano plausibili, non sono necessariamente altrettanto veri: spesso un modello linguistico non è ancora in grado di distinguere tra vero e falso.
Di conseguenza, la fase di istruzione è fondamentale e sarà tanto più utile quanto più precisa e ricca di dettagli sulla propria azienda. In ogni caso, ogni risposta dipende da come è stata formulata la domanda; anche la minima variazione porterà a risultati diversi. Il tutto per tornare al principio, da tenere sempre a mente: l’AI è uno strumento dal quale ricavare materia prima, non un prodotto finito.
Italia e USA, universi paralleli della stampa, con qualche divergenza
Per entrare nel vivo dell’argomento, una ricerca di mercato è sempre un’ottima strada. Quella proposta alla Print4All Conference riesce però ad andare oltre la solita carrellata di numeri. Prendendo spunto da un lavoro svolto nel mercato USA della stampa da Research Alliance Insights, Centro Studi Printing ha deciso di riprenderlo, anche per un interessante parallelo con l’Italia.
Se oltreoceano, delle 274 aziende contattate, il 76% afferma di usare regolarmente l’IA, in Italia, sulle 120 che hanno risposto al sondaggio, ci si ferma al 57%. «Una differenza non trascurabile, di 19 punti, riconducibile a una partenza leggermente ritardata – spiega Stefano Portolani, senior analyst di Centro Studi Printing –. Tra chi la impiega da oltre cinque anni, le percentuali coincidono, mentre più si accorcia il periodo dall’adozione, più il divario cresce».
Secondo gli analisti, si tratta del segnale di una maggiore diffidenza, ancora più evidente in quel 39% tuttora convinto di non adottarla del tutto, mentre negli USA la quota scende al 23%. Se la decisione può essere lenta, però, una volta affrontata la sfida, in Italia si tende a portarla avanti con maggiore convinzione. Tra chi ha progetti, il 40% intende avviarli entro un anno, contro il 31% nordamericano, mentre tra chi preferisce riflettere per più di dodici mesi c’è sostanziale equilibrio (47% contro 48%).
In entrambi i casi, ma in Italia in misura leggermente maggiore, l’ostacolo principale riguarda le modalità di integrazione dell’AI nei processi aziendali a livello strutturale. Un limite accusato nel 61% dei casi, accentuato dal 49% che dichiara di non poter contare su competenze adeguate. In questo caso, la differenza maggiore emerge sull’assenza di strumenti dedicati al mondo della stampa (53% contro 46%). Interessante comunque notare come, alla fine, solo il 12% delle aziende italiane consideri un vero ostacolo l’avvio di un progetto di AI, contro il ben più sostanzioso 34% americano.
Le differenze emergono soprattutto nell’analisi di come viene affrontata l’AI nelle aziende più reattive, quelle considerate Leader, rispetto a chi preferisce invece un atteggiamento attendista. Mentre in Italia solo nel 24% dei casi si parte da una strategia ampia, nel restante 76% si preferisce delegare l’approccio a un gruppo ristretto. Interessante notare come nessuno tra i Leader si chiami fuori. Una situazione ribaltata rispetto agli USA, dove il coinvolgimento di tutta l’organizzazione raggiunge il 72% e solo il 28% si affida a una selezione.
I tratti tipicamente nazionali emergono anche sul ruolo di responsabile delle operazioni. Nel 42% degli stampatori è affidato a una figura precisa, mentre il 28% fa affidamento su una divisione dedicata. Tra le aziende più prudenti, però, quest’ultima soluzione scende al 3%, mentre il 9% non sa indicare una figura di riferimento. Negli USA si preferisce invece un’assegnazione di compiti più rigorosa, con il 53% in carico a una persona specifica e un altro 41% a una divisione dedicata.
«Nelle aziende leader è nota l’importanza di avere un responsabile quale punto di riferimento per l’AI – osserva Nathan Safran, vice president di Research Alliance Insights –. La responsabilità serve a garantire che un processo prosegua come da programma, ma in Italia abbiamo rilevato una certa fatica nel percepire l’importanza di ruoli guida».
In entrambi i casi, l’approccio sperimentale risulta piuttosto libero e basato su soluzioni gratuite. Tra le aziende Leader statunitensi, il 78% utilizza strumenti gratuiti contro il 50% delle italiane, mentre tra le aziende più prudenti il rapporto si ribalta (88% in Italia contro 74% negli USA). Praticamente identica, invece, la quota di chi preferisce affidarsi a un esperto (31%), mentre un altro dato interessante riguarda il passaparola. Oltreoceano è sfruttato dal 38% delle aziende, mentre in Italia è praticamente ignorato dai pionieri e, più in generale, incide in misura molto limitata nelle decisioni.
Alla fine, però, l’aspetto più interessante è l’utilizzo concreto dell’IA. Qualche differenza emerge, ma non per l’applicazione più diffusa: la generazione di contenuti per il design e la redazione di testi, adottata nel 61% dei casi. Diverso è invece l’approccio al marketing (14% contro 38%) e ai chatbot per il supporto (14% contro 26%). La situazione si ribalta su tre fronti nei quali in Italia l’AI è maggiormente sfruttata: il job scheduling, il CRM con analisi e servizi legati ai clienti e, infine, la manutenzione predittiva.
Risultati alla mano, per chi è già in grado di valutarli, il contributo dell’IA appare evidente prima di tutto in termini di maggiore efficienza produttiva, riconosciuta dal 47% degli stampatori italiani. Evidenti anche i benefici nel processo decisionale (37%, praticamente il doppio degli USA), mentre il 28% riconosce miglioramenti anche nella qualità della produzione.



