Pirati Grafici

Grafici e tipografi: la vera coppia creativa

di Patrizia Anna Coccia Creative director, pirate designer, community manager, founder della community “Pirati Grafici”

Il processo di separazione della figura del graphic designer e del tipografo è durato diversi anni e vede molte circostanze e figure indirettamente responsabili “dell’accaduto”. Parliamo di una situazione del tutto recuperabile e per capire meglio le varie dinamiche dobbiamo fare un breve e velocissimo viaggio nel passato.


Con grafico o operatore grafico si definisce “il personale tecnico che coordina le macchine per la stampa in tipografia o litografia”.

Il tipografo si distingue dal graphic designer per la profonda conoscenza dei processi e dei metodi di stampa: è colui che si occupa dell’ultima lavorazione del prodotto stampato.

Il graphic designer è genericamente “il creativo attivo nell’ambito della comunicazione visiva”: può essere specializzato in pubblicità, nell’editoria, nell’illustrazione. Ci sono brand designer, web designer, UI/UX designer, packaging designer, type designer, responsabili del layout, photo editor, 3D artist e così via. Ogni designer, quindi, è specializzato nel proprio settore specifico. O almeno è così che dovrebbe essere!

Una volta esistevano solo le agenzie di comunicazione

I freelance erano ancora figure mitologiche: i programmi di grafica non erano né diffusi, né popolari quanto lo sono oggi e la comunicazione era per lo più “pura”, libera da troppi condizionamenti.

I protagonisti principali delle varie campagne pubblicitarie e della comunicazione di piccole e medie imprese erano le agenzie, composte da art director in coppia col copywriter. Nello staff non potevano mancare il direttore creativo, l’account e tutte le varie figure tecniche come l’analista, il montatore video, il fotografo, il regista ecc. Tutti, insieme, appassionatamente per un unico obiettivo: comunicare al meglio.

La nascita e la diffusione dei software di grafica

Dall’algoritmo di Paul de Casteljau che decretò la nascita dell’idea di grafica vettoriale (1959), bisogna attendere il 1986 per il primo software vettoriale vero e proprio, Adobe Illustrator, e altri 2 anni per il più amato dai tipografi, ovvero Corel Draw. Nel 1998 arrivò il mitico e compianto Aldus Freehand.

L’impegno degli sviluppatori è sempre stato quello di migliorare i software nell’aspetto tecnico ma soprattutto di renderli sempre più semplici e performanti per un pubblico più vasto. Una scommessa, quella dell’usabilità, che Adobe ha vinto alla grande, soprattutto dopo l’acquisizione di Photoshop, precisamente 30 anni fa.

Il successo di questi programmi dipese, come abbiamo già detto, dalla qualità della programmazione ma una grande mano arrivò dalla Apple: i software si diffusero proprio quando i sistemi desktop iniziavano a moltiplicarsi. Un terreno molto fertile, insomma.

Programmi di grafica per tutti

L’avvento di internet e poi dei social diede la possibilità a chiunque lo volesse, di raggiungere un numero di informazioni spaventoso: la passione di molti iniziava a diventare “volontà di mettersi seriamente in discussione nel settore”. Tutorial, corsi on line. La condivisione della conoscenza che prima di quel periodo, in realtà, ognuno teneva un po’ per se.

Una rivoluzione incredibile nel mondo della comunicazione: il digital che scardina totalmente quelle che erano le basi della società, del lavoro. Il numero di persone che riuscivano a mettersi in contatto aumentava in modo esponenziale. I forum raggruppavano appassionati che riuscivano a confrontarsi, lasciando a disposizione di tutti preziosi topic già discussi tecniche e consigli pratici su come gestire i progetti. Ognuno poteva fare domande e ottenere risposte preziose che servivano per colmare le lacune di una formazione liquida e diversa, mai sperimentata prima.

La tecnologia per tutti: da una parte tantissime persone hanno potuto conoscere l’affascinante mondo della grafica e dall’altra in troppi hanno iniziato a credere che servisse solamente conoscere quegli strumenti per ottenere un buon prodotto finale.

Formazione atipica

In quel periodo nascevano silenziosamente le figure che oggi spopolano nel mondo della comunicazione: i freelance. Sebbene in molti continuavano a seguire un percorso didattico classico, passando attraverso la formazione delle università e delle scuole di design, tanti altri iniziavano ad imparare prima dalla tecnica e dai software, probabilmente mettendo da parte la cultura visiva.

In un certo senso il mercato aveva bisogno di queste figure: tantissimi sono i designer nati al di fuori dei percorsi canonici, quelli che sono riusciti a sviluppare capacità tecniche importanti con fatica e dedizione, senza seguire un percorso battuto. I designer “non canonici” hanno avuto dalla loro la possibilità di esprimersi al 100 per 100 senza restrizioni, risultando anche molto abili nell’uso dei software e di nuove tecniche. Certo, non senza problemi: è chiaro che non avendo le basi gli errori potevano essere dietro l’angolo.

In qualsiasi caso freelance non è sinonimo di “autodidatta”: molti laureati in design, alcuni per scelta, altri per mancanza di lavoro decidono di lavorare in proprio, iniziando con prestazione occasionale per poi aprire partita iva in caso di “successo”.


La tipografia rende vivo il design, comunica l’emozione di un progetto accattivante, costruito ad hoc su supporti capaci di potenziare al massimo il messaggio


Le tipografie on demand

In questo quadro inizia a spopolare la stampa on demand. I professionisti volevano prezzi vantaggiosi? Allora ecco le proposte: prodotti standard a prezzi bassissimi, puntando alle grandi quantità. Il successo di questo sistema è ancora sotto gli occhi di tutti. Non si discute, quindi, sulla presenza di queste realtà ma di quello che hanno generato nelle retrovie: si è perso il rapporto tra designer e tipografo, il rapporto con il definitivo di stampa.

Il template, unico incontro tra designer e stampa

Il designer dimentica spesso di considerare i supporti, ponendo al centro dell’attenzione il progetto grafico a discapito del prodotto finale. Dopo aver terminato l’elaborato, non resta che scaricare il template dell’azienda, “metterci su” la propria grafica secondo i dettami specificati e via in stampa.

Tutto è iniziato con i volantini, manifesti e grande formato ma presto l’abitudine del “mandare in stampa al prezzo migliore” è diventata così “scontata” che le aziende hanno iniziato, giustamente, a proporre anche altre tipologie di prodotti a prezzi vantaggiosi, riuscendo ad aumentare sempre più le vendite.

L’impulso al risparmio e la poca attenzione al progetto

Sicuramente le aziende on demand, qualcuna più delle altre, puntano da sempre ad aumentare la qualità di stampa e a ripristinare il minimo sindacale del rapporto con i designer: dopotutto ogni progetto dovrebbe assolutamente essere creato considerando la qualità dell’uso finale, l’esperienza tattile della carta, delle forme esclusive. Le tipografie on demand hanno cercato di ovviare a questo problema inviando campionari e si, hanno fatto l’ennesimo centro.

Dopo questo veloce tuffo nel passato abbiamo capito quante siano state le dinamiche che hanno portato all’allontanamento del tipografo dal designer. E c’è un bisogno incredibile di ripristinarlo e renderlo più forte, duraturo.

La vera coppia creativa: designer e tipografo

L’emozione di un design accattivante costruito ad hoc su supporti capaci di potenziare al massimo il messaggio, capaci di dare quelle sensazioni tattili e visive che restano impresse come segno indelebile di qualità e attenzione ai particolari: la tipografia rende vivo il design.

Bisogna unire le forze per rilanciare la qualità, perché è quella che bisogna vendere, solo quella.


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