Da semplice esperimento per visualizzare immagini a strumento chiave della grafica digitale: quasi quarant’anni di Photoshop raccontano l’evoluzione della tecnologia, tra innovazioni, nuove funzioni e qualche curioso cambio di nome.
Quando ho immaginato quale titolo avrebbe potuto ben rappresentare la storia del software più citato degli ultimi 4 decenni, ammetto di aver innescato un giochetto lì per lì piuttosto divertente.
Cinquanta sfumature di grigio per me sarebbe stato il candidato principale, e anche 300 aveva il suo bel perché, ma il punto, tuttavia, era un altro.
Man mano che ripercorrevo la mia personale bibliocineteca mentale, ho sentito quanto Photoshop rappresentasse il programma con cui più di ogni altro sono cresciuto, che mi ha fatto mio malgrado crescere, e che ho visto a mia volta crescere e cambiare, per questo ho deciso di raccontarvi la sua storia a partire da quando l’ho iniziata io.
Ladies and Gentlemen… mettetevi comodi, si parte.
L’utente medio: cioè me ed io
La mia storia con Photoshop è nata nel 1993, con la versione 2.5 per Windows 3.1, su 4 floppy da 3 pollici e 1/2 forniti da un compagno di classe del liceo (ciao Max!). E… no, non erano originali.
La piattaforma? Un 486 DX2 66 Mhz, comprato dal papà con sacrifici considerevoli dopo anni passati su un 80C88 e monitor a fosfori verdi, con il mio primo scanner manuale in scala di grigi con cui acquisire qualunque immagine cartacea capitasse a tiro.
Dove sono arrivato da allora non è un mistero, ma prima che ci incontrassimo, “lui” dov’era?
Photoshop aveva già 6 anni, ma 6 anni prima non era di certo così, non si chiamava neanche così, era vagamente somigliante a quello che è diventato in seguito, e anche se tutti lo associano da sempre a mamma Adobe, i suoi primi passi li aveva mossi altrove, con coloro che possiamo chiamare a pieno titolo, i suoi veri papà: i fratelli Thomas e John Knoll.

Com’è nato Photoshop?
Come tutti gli eroi che si rispettino c’è un periodo in cui non sanno ancora di esserlo, e devono prendere coscienza di ciò che sono per diventare quello che sono destinati ad essere.
Tutta questa confusione Thomas Knoll non se la immaginava di certo, lui nel 1987 doveva “solo” completare la tesi di dottorato sui sistemi di visione all’Università del Michigan, studiava Computer Vision e Image Processing e si dava da fare con il suo Macintosh Plus da 2.599 dollari a listino (cioè almeno 7600 dollari di adesso, a dirla gentile).
Quel display da 512 × 342 pixel lavorava a 1 bit, quindi i pixel erano solo bianchi o solo neri (classico 0,1 : spento, acceso), dithering dappertutto senza grigi né tantomeno sfumature varie, così finisce che John dopo un po’ non ne può più.
Quindi cosa fa? Quello che avrebbero fatto tutti i geni che puntavano al tono continuo (uno solo, lui): si scrive da solo la sua routine per codificare digitalmente l’illusione di un’immagine fotografica quando viene vista in digitale, aggiungendo anche qualche strumento utile “che_non_si_sa_mai” e prendendoci evidentemente un certo gusto.
Come tutte le forme di vita in fase di gestazione (leggi: figli), di tanto in tanto si fantastica anche sui nomi da dare, e Thomas non è da meno, così pensa di chiamarlo Display, dal momento che serviva essenzialmente come visualizzatore di immagini.
Ma com’è diventato Photoshop?
Anche se la storia è già iniziata, di fatto non se n’era accorto nessuno, e per vedere davvero l’inizio di questo inizio dobbiamo aspettare la comparsa del fratello John (come da copione, negli USA un sacco di fratelli si chiamano John), che torna a casa dopo uno dei suoi periodi di lavoro all’estero all’Industrial Light&Magic (di un certo signore di nome George Lucas) e vede quello che ha fatto il fratellone.
Così il fratellino dice: «Bello! Ma non è che potresti fargli fare anche…» e via di suggerimenti e idee nati da tutti i problemi incontrati realmente all’ILM, dove con le immagini digitali ci lavoravano già piuttosto intensamente.
Per farla breve: da un programmino utile per vedere meglio le immagini a schermo, inizia a prendere forma l’embrione di un software di photo-editing e, per darci dentro come si deve, Thomas acquista un nuovo Macintosh II con schermo a colori, prendendosi una pausa dalla tesi per integrare le prime regolazioni tonali, cromatiche e i primi strumenti di pittura.
Allerta spoiler semiseria: quella pausa non finì mai, i primi 6 mesi previsti diventarono un tempo indefinito e non terminò mai il progetto di tesi. Per sua stessa ammissione si divertiva più a programmare che a scrivere, così ogni scusa diventava buona per rimandarne la stesura. Oltretutto era appena diventato padre e i soldi scarseggiavano sul serio, a quel punto bisognava decidere se darci dentro o darci un taglio…
Gli splash screen storici, dall’alto in senso di lettura: la 0.07 Display, la 0.63 in cui compare il nome Photoshop per la prima volta, la 0.87 con cui Barneyscan lanciò le prime 200 copie nel mondo, e la 1.07 marchiata Adobe.
Com’è diventato DAVVERO Photoshop?
Aggiungendo funzioni qua e là si arrivò all’inizio del 1988, e John, tra le perplessità di Thomas, pensa seriamente a come poterlo commercializzare. Si dà così il via alle prime dimostrazioni, da cui la prima schermata della prima alfa di Display, datata 5/1/1988, con un’epica versione 0,07, che sarà anche la sua prima (e ultima) apparizione conosciuta con quel nome.
Di lì a poco arrivò anche il primo cambio, un bel “Image Pro”, che lì per lì poteva suonare anche bene, salvo poi scoprire dopo un paio di mesi che la Media Cybernetic lo aveva già usato per un suo programma di elaborazione immagini, costringendo a riparare velocemente su un meno altisonante PhotoLab.
Anche in questo caso ebbe vita breve: durante una demo per Electronic Arts dal pubblico fecero notare come esistesse già un Deluxe PhotoLab, e niente, per quanto riguarda il nome è di nuovo tutto da rifare.
La soluzione ai vari mali del mondo arrivò comunque nel periodo successivo, durante un’altra dimostrazione di Thomas, quando un potenziale fornitore suggerì proprio il nome Photoshop, e leggenda vuole che Thomas abbia detto «Carino, possiamo usarlo?» e abbia ricevuto in risposta un «Sì, certo!». Fumata bianca!
Non è dato sapere quando questo accadde esattamente, ma l’emblematica versione 0.63 del 2 ottobre 1988 riportava ufficialmente il cambio di nome, con tanto di numero di telefono di Thomas Knoll.
Quindi da qui in poi fu un successo immediato? No, anzi!
Le dimostrazioni continuarono a ritmo serrato alla Seybold Conference tra marzo e settembre di quello stesso anno: la risposta fu complessivamente tiepida, e anche il primo contatto con Adobe non diede riscontri particolarmente significativi.
C’è da dire che in quel periodo Adobe era concentrata sul suo linguaggio di descrizione pagina Postscript e sull’espansione della libreria di font, in pratica aveva già abbastanza da fare con i vettori e il neonato Illustrator (rilasciato il 19 marzo del 1987) per prendere anche solo in considerazione un programma basato sui pixel.
I fratelli Knoll cercarono quindi di lanciarlo a SuperMac, almeno come utility di conversione del formato dei file, ma anche qui vennero rimbalzati poiché la società aveva già venduto un pacchetto analogo chiamato PixelPaint.
Sembrava non gliene andasse dritta una…
Quello che però sappiamo essere il primo punto di svolta arrivò poco più tardi, sempre nel 1988, quando un accordo con BarneyScan consentì di raggruppare Photoshop con i suoi scanner, e di spedirne così 200 copie nei primi mesi del 1989.
Il sodalizio con Adobe
Il buon risultato ottenuto diede a John abbastanza fiducia da fare un secondo tentativo con Adobe, così a settembre riuscì a organizzare una seconda dimostrazione di fronte a Russel Brown, già allora il Creative Director di Adobe.
Stavolta le cose girarono decisamente meglio, e qui si narra che il Dr. Brown sia andato letteralmente in delirio convincendo personalmente John Warnock della bontà del prodotto, ponendo così le basi per il primo vero contratto.
C’è da aggiungere che in quell’occasione Adobe non acquistò Photoshop in senso letterale, ma ne acquisì la sola licenza di distribuzione. Solo anni più tardi, nel 1995, il software verrà comprato definitivamente, e fino ad allora i fratelli Knoll continueranno a ricevere da Adobe le royalties per ogni copia di Photoshop venduta.
L’ammontare complessivo incassato fra il 1990 e il 1994 non è pubblicamente documentato; sappiamo però che, al momento dell’acquisizione definitiva dei diritti, Adobe versò altri 34,5 milioni di dollari, 8,5 dei quali coprivano royalty già maturate nel semestre precedente, e 26 milioni rappresentavano sostanzialmente il prezzo a forfait per liberarsi dalle royalties future.
Sì insomma, due spicci li hanno ben presi, ma torniamo a noi.
Una volta concluso l’accordo legale, Photoshop entrò in molti mesi di intenso sviluppo. In quella fase di febbrile, iniziale entusiasmo, il CEO di Adobe, John Warnock, propose personalmente nomi di prodotto alternativi, tra cui un improbabile ArtiFactory e il banalissimo Imaginator, prima di essere convinto a desistere dal product manager originale di Photoshop, Steve Guttman (grazie Steve).
La versione 1.0, esclusivamente per Mac OS, arrivò sugli scaffali il 19 febbraio del 1990, in pesanti scatole contenenti floppy disk e manuali utente, e nonostante qualche bug sparso, riscosse rapidamente ampio consenso tra gli acquirenti, soprattutto grazie alla successiva versione 1.0.7 (completamente “debuggata”).
Il codice per questa versione, venne poi donato al Computer History Museum, dove chiunque può ancora esaminare le 128.000 righe di codice originario, praticamente non commentato: 75 per cento in Pascal, 15 per cento in linguaggio Assembly 68000 e l’ultimo 10% in “accrocchi” vari.

La saga di Photoshop
Da quel febbraio 1990 al 1994, tra major e minor release si susseguirono abbastanza rapidamente 6 versioni, non poche per quei tempi, sia in termini di lavoro di sviluppo sia di distribuzione (non dimentichiamo che internet era praticamente inesistente).
La versione 2 (giugno 1991) introdusse alcuni aggiornamenti letteralmente fondamentali, in primis il supporto CMYK e i tracciati, di cui ereditava la stessa logica di funzionamento da Illustrator.
La versione 2.5 (novembre 1992), nonostante quel .5 la codifichi come una release minore, fu invece per me molto più significativa, in parte per l’introduzione del supporto a 16 bit, di alcuni nuovi filtri e della Maschera Veloce, ma soprattutto perché è stata la prima disponibile per il mondo Windows e, quindi la prima su cui io abbia potuto mettere le mani (sempre grazie Max!).
La versione 3 (settembre/novembre 1994) introdusse poi una funzione che rivoluzionò radicalmente e per sempre il modo di lavorarci: i Livelli. Ricordo ancora che quando saltò fuori l’argomento durante le pause a scuola io pensai «e cosa me ne faccio dei livelli?». Lo so, avete ragione, ero un adolescemo al tempo, ma vi assicuro che con le selezioni fluttuanti (ci sono ancora, ma pochi sapranno che si chiamano così) riuscivo a fare già dei lavori niente male.
Per vedere la luce della versione 4 bisognerà aspettare un po’ di più, quasi due anni, in parte perché alcune nuove funzioni come il testo editabile richiesero un certo impegno a livello di sviluppo, e in parte perché lo stesso sviluppo multipiattaforma raddoppiava i tempi di lavoro. Infatti dalla release 3 vennero abbandonate le versioni per Irix e Sun Solaris, introdotte come test di mercato e poi eliminate per lo scarso riscontro del mercato.
L’elenco di tutte le funzioni presenti in ogni versione è davvero lungo, riportarlo integralmente qui mi sembra poco significativo, voglio però citarvi di seguito quelle che secondo me sono da considerare le prime pietre miliari, affidando il resto della consultazione alla rete e alla vostra curiosità.
Nella versione 5 arrivarono gli Annulla multipli con la palette Storia e la Gestione del colore con i profili ICC, con la 5.5 si integrarono le prime funzioni specifiche per il web design, tra cui Image Ready. Con la 6 arrivò il primo pennello correttivo (per gli amici: il cerotto), oltre che la mia prima certificazione ACE, e con la 7 arrivò l’integrazione con Camera RAW, da cui si aprirono le porte al Digital Imaging di massa e ad un nuovo filone di software per fotografi: il mondo Lightroom.
Con quella che avrebbe dovuto essere la versione 8 si decise per un cambio di denominazione e una ripartenza di numerazione, non venne più usato un solo numero ma venne associato il suffisso CS, ossia Creative Suite, nell’ottica di proporre non più singoli programmi stand alone, ma un pacchetto integrato di soluzioni software adatti ad un contesto più ampio e ormai maturo: il Desktop Publishing.
Con il capitolo CS arrivammo ad altre 6 uscite, ma dopo il CS6 si arrivò al secondo, grande cambiamento: la CC, ovvero Creative Cloud, e ormai qui siamo alla storia recente.
Con gli anni, la tecnologia intorno a internet è diventata una struttura adatta alla connessione globale, in grado di gestire ed elaborare grandi quantità di dati in tempi contenuti, una condizione perfetta per moltiplicare la produttività di qualunque campo.
Se, per molti anni, la cadenza di uscita di ogni nuova versione di Photoshop si assestava intorno ai 18 mesi, che rappresentava un buon compromesso tra il costante miglioramento dell’hardware, nuove funzioni e l’assorbimento dei costi della licenza perpetua, il cambio di paradigma di Creative Cloud portava aggiornamenti costanti a fronte di un abbonamento d’uso, senza possesso. Il modello di business stravolse il concetto stesso di esistenza dei software, creando un sistema di miglioramento continuo che una licenza perpetua non avrebbe mai potuto offrire.
L’esempio più recente? Photoshop CC 27 è stato rilasciato a ottobre 2025, adesso l’ultima è la 27.10, per un totale verificabili di 11 release minori, e non è ancora passato un anno…
In tutto questo, cosa è diventato Photoshop? Da quell’embrione iniziale si è sviluppato un ecosistema che ha quasi 40 anni, a sua volta sviluppatosi tanto da integrarsi in altri ecosistemi operativi, in un mondo iperconnesso che, proprio in quest’ultimo anno, sta affrontando la rivoluzione digitale più grande di sempre: l’AI .
Difficile dire di preciso dove porterà…




