DPI o PPI? Il problema: la risoluzione

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Uno degli argomenti più critici del Desk Top Publishing è, da sempre, la risoluzione. Sigle come PPI e DPI sono presenti quotidianamente nella vita di grafici (nel senso più ampio possibile del termine) e operatori di stampa/prestampa, ma anche addetti al marketing (anche qui in senso molto ampio) e, purtroppo, una miriade di altri personaggi di varia estrazione che ne fanno un uso più o meno improprio, generando complicazioni a non finire.

Nel corso degli ultimi 25 anni, cioè da quando incontrai questo concetto la prima volta, ne ho lette di tutti i tipi, anche su manuali, libri e riviste dove avrei dovuto trovare spiegazioni corrette, per cui non è particolarmente sorprendente il perdurare di una tale confusione a riguardo; situazione tipica di quando si riportano valori o nozioni senza parlare del perché, se solo si ragionasse su alcuni dati si comprenderebbe in autonomia che alcune cose non hanno molto senso.

Quello che di recente mi ha sorpreso di più, e che mi ha spinto a scrivere queste righe, è che anche i software professionali utilizzino alternativamente queste unità di misura senza un coerente filo logico, contribuendo non poco ad alimentare uno status di per sé piuttosto confuso.

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Una schermata alquanto discutibile presente sull’attuale versione di Photoshop CC in inglese dove vengono espressi in DPI valori che dovrebbero essere definiti in PPI. Inoltre le associazioni DPI/Dispositivo sono errate e sembrano proprio messe lì a caso secondo le più sterili convenzioni del mondo grafico (la risoluzione in pixel di un iPhone 6 plus per esempio non è 72, mentre uno standard HDTV da 1.920×1.080 non ha alcuna risoluzione trattandosi di una dimensione).

Esempi emblematici di questa confusione? Le varianti naturalmente possono essere moltissime ma se frequentate l’ambiente, forum di settore o gruppi specifici su Facebook sono sicuro ne avrete molti.

Solo alcuni esempi per dare un’idea:

  • per il Web le immagini vanno a 72 dpi
  • l’immagine non è a 300 dpi quindi in stampa non viene bene
  • la stampante stampa a 1.200 dpi quindi preparo l’immagine a 1.200 dpi

Ovviamente si tratta di tre, passatemi il termine, boiate colossali.

Uno dei classici bias del mondo grafico: le immagini per lo schermo e il Web vanno a 72 dpi. A parte l’errore dell’unità di misura, non ha senso parlare di quanti pixel stiano in un pollice (che è un’unità di misura fisica) quando l’immagine viene visualizzata su schermi (composti da pixel). In figura si vede come l’immagine sia a tutto schermo su due display che supponiamo avere la stessa risoluzione video di 1.920×1.080, e quindi non sia possibile avere su entrambi contemporaneamente la «risoluzione» di 72 ppi. Già a livello di logica qualcosa non torna.
Uno dei classici bias del mondo grafico: le immagini per lo schermo e il Web vanno a 72 dpi. A parte l’errore dell’unità di misura, non ha senso parlare di quanti pixel stiano in un pollice (che è un’unità di misura fisica) quando l’immagine viene visualizzata su schermi (composti da pixel). In figura si vede come l’immagine sia a tutto schermo su due display che supponiamo avere la stessa risoluzione video di 1.920×1.080, e quindi non sia possibile avere su entrambi contemporaneamente la «risoluzione» di 72 ppi. Già a livello di logica qualcosa non torna.

Definizione di risoluzione

Se domandate a un gruppo di operatori grafici o designer una definizione sintetica di risoluzione, la più corretta che probabilmente sentirete è: «quantità di pixel o punti per pollice».

Di per sé funziona, personalmente specificherei «… per pollice lineare» dato che in più occasioni ho trovato operatori che pensavano a un’area di un pollice quadrato anziché a un lato, ma formalmente non sarebbe necessario.

Sarebbe però opportuno distinguere il concetto di risoluzione in almeno sette varianti, dato che viene usato sempre lo stesso termine (e spesso unità di misura) ma i contesti cambiano sensibilmente:

  1. Risoluzione di Input
  2. Risoluzione di Output
  3. Risoluzione Video
  4. Risoluzione di Stampa
  5. Risoluzione Ottica
  6. Risoluzione Meccanica
  7. Risoluzione Interpolata

Le risoluzioni ottica, meccanica e interpolata sono risoluzioni legate all’ambito delle acquisizioni a scanner, poco significative per questo articolo ma inserite per completezza nel quadro.

Anche qui il valore più alto non è necessariamente il più significativo (tipicamente l’interpolato) e l’unico realmente interessante è quello legato alla risoluzione ottica.

La risoluzione di input

Si esprime in PPI, cioè Pixel per Pollice (come tutte le risoluzioni direttamente legate all’immagine digitale e non alla stampa), ed è un valore scarsamente utile.

Prendiamo per esempio uno scatto fotografico digitale da 12 Megapixel: per aderire ai parametri essenziali che la definiscono dovrà avere dei valori di base e altezza (supponiamo 4.000×3.000 pixel), un Metodo colore (RGB), una profondità colore (facciamo 8 bit per canale) e una risoluzione.

Dato che le dimensioni sono espresse in pixel. il valore di risoluzione non impatta in alcun modo sul peso dell’immagine, avrebbe senso solo qualora la si volesse stampare, ma dato che stiamo parlando di un’immagine digitale che per il momento potrebbe anche restare digitale. questo valore non ha alcuna importanza.

Quindi un’immagine da 4.000×3.000 pixel a 72 pixel per pollice (pixel, l’immagine digitale è fatta da pixel, non dot, 72 dpi è sbagliato, casomai sono 72 ppi) ha le stesse informazioni (pixel) di una a 300 pixel per pollice, o a 4.350 ppi, o 96 ppi… e di conseguenza anche il peso è esattamente lo stesso, così come l’ingombro dell’immagine visualizzata su uno schermo al 100% di zoom.

L’unica cosa che cambia sarebbero le dimensioni di stampa, ma questa è la risoluzione di Input, un valore iniziale che deve esserci solo per onor di parametro, di fatto non ha alcuna utilità.

I dati immagine di due file identici, con lo stesso contenuto e le stesse dimensioni in pixel, in cui è stato cambiato il solo valore di risoluzione portandolo da 72 a 300 ppi: il peso non è cambiato, le dimensioni fisiche si, in maniera inversamente proporzionale alla risoluzione.
I dati immagine di due file identici, con lo stesso contenuto e le stesse dimensioni in pixel, in cui è stato cambiato il solo valore di risoluzione portandolo da 72 a 300 ppi: il peso non è cambiato, le dimensioni fisiche si, in maniera inversamente proporzionale alla risoluzione.

Il problema tipico generato da chi fa confusione con questa risoluzione?

«L’immagine che mi hai inviato è a 72 dpi (!) quindi è in bassa risoluzione, mi serve in alta».

Al di là dell’unità di misura errata qui l’errore più grossolano è valutare la qualità o l’adeguatezza di un’immagine guardando il solo valore di risoluzione, ed è purtroppo molto frequente: o si considerano i pixel di base e altezza, oppure i cm/pollici e il valore di risoluzione.

La risoluzione di output

Si esprime in PPI ed è quella a cui si fa riferimento più comunemente quando si parla di risoluzione in senso generico e, soprattutto, quella che la maggior parte delle volte viene espressa in DPI (Dot per Inch, il Dot è propriamente il punto stampa).

Trattandosi di Output mette in relazione l’unità di misura digitale (i pixel) con l’unità di misura fisica (cm o pollici) ed è l’unico valore che conta quando si invia in stampa un’immagine raster, quindi, tornando alla nostra immagine da 4.000×3.000 pixel un conto è mandarla in stampa a 50 ppi (risulterebbe 2×1,5 m), un altro è stamparla a 300 ppi (poco più grande di un A4).

Software come Photoshop, Indesign, Illustrator, giusto per citarne alcuni, restituiscono informazioni dettagliate riguardo queste correlazioni (Finestra>Dimensione Immagine per PS, pannello info e barra delle Opzioni per gli altri due) e, correttamente, parlano sempre di pixel per pollice.

Quindi perché molti si ostinano a utilizzare DPI anche quando è evidente che si tratta di PPI? Sostanzialmente per abitudine, trattandosi però di tematiche tecniche non andrebbero scambiate le unità di misura con tanta leggerezza perché poi si dà luogo a incomprensioni e fraintendimenti che di professionale hanno ben poco.

La risoluzione video

Tra tutte è l’unica che non mette in relazione i pixel con il mondo fisico: la risoluzione video è de facto una dimensione e non un rapporto. Un esempio?

Uno schermo FullHD ha risoluzione (video) 1.920×1.080 pixel.

E perché non si parla di dimensione allora?

Perché con questa informazione nulla si sa sulla grandezza dello schermo ed è ormai consuetudine considerare «dimensione» la lunghezza della diagonale espressa in pollici, tanto è vero che se vi rivolgeste a un commesso per acquistare un televisore gli dareste, che so, una grandezza di 60’’, non 1.920×1.080 (perché in caso ne seguirebbe la domanda: e quanto grande lo vuole? Da che distanza lo guarda?).

In questo caso la risoluzione video è, sì, significativa, ma è una variabile molto meno discriminante della lunghezza della diagonale.

È importante per un grafico?

Sì, lo è se la destinazione dei nostri contributi raster è uno schermo, quindi chi prepara pubblicazioni elettroniche, interfacce grafiche per mobile/tablet e presentazioni da proiettare per esempio in una fiera, dovrà considerare solo la grandezza in pixel del materiale prodotto, la risoluzione non avrà alcun impatto sull’aspetto finale (vedi “risoluzione di input”).

Si potrebbero incontrare eccezioni a quanto ho appena scritto nell’ultimo paragrafo in quanto alcuni software attivano dei processi di ridimensionamento se le immagini inserite riportano una risoluzione di input di 72 ppi (o altri valori notevoli); questi sporadici meccanismi preventivi, alquanto fuorvianti a mio avviso, sono stati introdotti proprio per cercare di compensare le carenze tecniche dell’operatore nei processi di produzione, ma non fanno che sostituire un errore con un altro.

La risoluzione di stampa

Questa è l’unica che non viene definita in PPI. Può trattarsi di DPI nel caso della stampa digitale (inkjet, laser ecc…) o di LPI cioè Linee per pollice (per la definizione del retino in stampa tipografica), ma con l’immagine digitale non ha niente a che fare, e di fatto descrive soltanto il livello di definizione con cui il mezzo può stampare qualcosa, anche quando il mezzo è spento e staccato dalla corrente.

Se abbiamo quindi una stampante inkjet che può stampare a 2.880×2.880 DPI questo è vero anche se la stampante è ancora imballata, è una sua caratteristica qualitativa, e a quella risoluzione posso mandare in stampa anche un file TXT dove, trattandosi di un contenuto testuale, non viene richiesta alcuna risoluzione di output.

Non esiste una singola regola di corrispondenza diretta tra PPI e DPI, ce ne sono molteplici e hanno a che fare con il mezzo di stampa usato di volta in volta: anche di questo facciamo un esempio pratico (molto semplificato).

Vogliamo stampare a massima qualità una cartolina 18×13 cm utilizzando il meglio possibile:

a) una stampante fotografica Epson

b) una stampante fotografica HP

Ho preso questi brand a solo titolo esemplificativo e solo perché le testine utilizzano tecnologie (e quindi driver) diverse, fornendo così valori consigliati leggermente diversi.

Le stampanti Epson hanno generalmente risoluzioni di stampa multiple di 360: 720, 1.440, 2.880 DPI; le stampanti HP invece hanno numeri più «tondi»: 300, 600, 1200, 2.400 DPI (i valori in grassetto sono quelli che prenderemo in considerazione nell’esempio che segue).

Quanti pixel deve fornire la cartolina 18×13 per sfruttare al massimo la qualità fornita dal mezzo di stampa?

Per Epson il valore massimo suggerito è di 360 PPI mentre per HP è 300 PPI, sempre a dimensioni reali (a meno che non sia cambiato qualcosa negli ultimi tempi a mia insaputa naturalmente), quindi per la Epson le dimensioni in pixel massime saranno 2.551×1.843 mentre per le HP saranno 2.126×1.535.

Le dimensioni dell’immagine 18×13 cm che manderò in stampa su una inkjet fotografica Epson saranno al massimo quelle indicate in figura, valori maggiori saranno inutili e, anzi, potenzialmente peggiorativi, anche se a livello percettivo dubito si coglieranno differenze.
Le dimensioni dell’immagine 18×13 cm che manderò in stampa su una inkjet fotografica Epson saranno al massimo quelle indicate in figura, valori maggiori saranno inutili e, anzi, potenzialmente peggiorativi, anche se a livello percettivo dubito si coglieranno differenze.

In nessun caso si imposterà un’immagine 18×13 cm a 4.800 ppi perché non c’è una corrispondenza biunivoca tra un pixel e un punto stampa (Dot), e anche in stampa tipografica ad altissime lineature con retini stocastici non ci sono motivi significativamente sensati per superare i 400 ppi, se non altro per questioni percettive legate al potere risolvente dell’occhio umano (tematica che sarà oggetto di un prossimo articolo su queste pagine).

Un pixel può assumere mediamente un colore arbitrario tra 16,7 milioni e la sua rappresentazione a schermo è strutturata su tre subpixel RGB (solo sintesi additiva), in stampa invece abbiamo, quando va bene, 5 colori e 4 neri (C, M, Y, C chiaro, M chiaro, K, K chiaro, K chiarissimo, a volte ci sono K diversi per stampe Matte e Photo, e a volte vengono introdotti inchiostri diversi come Arancioni, Verdi e Viola, composti secondo sintesi additiva e sottrattiva miste), di sicuro arriviamo a malapena a 8 tinte comprese quelle primarie schiarite, figuriamoci 16 milioni…

Fare confusione in questo ambito porta a equiparare i DPI di stampa con i DPI (sbagliati) dell’immagine digitale, creando magari immagini spropositatamente grandi che poi in stampa non solo impiegano tempi biblici a essere processate, ma soprattutto (ed è la beffa oltre al danno) hanno qualità minore di un file «giusto» perché tutti i dati che il driver ritiene superflui vengono scartati, togliendo di fatto dettaglio.

Ci tengo a specificare che i soli numeri delle risoluzioni di stampa qui riportati non sono significativi di minore o peggiore qualità di riproduzione, anche perché prima di «spaccare il pixel in quattro» è opportuno che l’immagine in questione sia corretta e dettagliata: un’immagine sfocata in partenza non potrà essere stampata dettagliata, come si suol dire in inglese: Garbage In? Garbage Out!

Si potrebbe approfondire la risoluzione di stampa ancora a lungo ma per questo ci sono manuali e pubblicazioni specifici, argomenti come il dithering, i retini tipografici, le stampe a sublimazione ecc… non sono sintetizzabili in poche righe a scapito di grossolane ed eccessive semplificazioni.

Conclusioni (per ora)

Questo specchietto dovrebbe servire a fare un po’ di chiarezza ma, come anticipato in apertura, lo scambio di unità di misura non è infrequente nemmeno tra i software professionali, e alcune denominazioni recenti come «HiDpi» coniata per definire i display ad alta densità di pixel (tipo i Retina Display di Apple) non aiutano di certo a dissipare la confusione.

Anche alcuni grossi stampatori online hanno deliberatamente scelto di mantenere DPI al posto di PPI nelle istruzioni al consumatore adeguandosi all’unità di misura più diffusa anche se non propriamente corretta.

E quindi?

Purtroppo le cose non cambieranno dall’oggi al domani, è quindi opportuno che gli addetti ai lavori conoscano bene queste differenze per capire quando questi termini vengono usati in maniera propria e quando invece no: molti clienti profani si improvvisano grafici perché «tanto non ci vuole niente», ma le basi tecniche dell’immagine digitale non sono un’opzione per chi ci lavora sul serio.

Nei prossimi numeri tratterò il perché della leggenda dei 72 PPI (valore inutile quanto ridicolmente attuale) e quali risoluzioni di output servano in funzione delle destinazioni d’uso. Molti libri hanno tabelline di riferimento con valori suggeriti in base alle dimensioni di stampa ma l’unica questione importante è legata all’unico destinatario di questi prodotti: l’uomo e il dettaglio che può risolvere a una data distanza.

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