Home Blog Pagina 265

Perché non ci mangiamo anche il packaging? Forse presto si potrà!

In fase di sperimentazione avanzata, presto potrebbero conquistare spazio sul mercato. Sono nuove confezioni in plastica per alimenti, nelle quali il tradizionale imballaggio in plastica viene sostituito da un nuovo materiale prodotto con le proteine del latte che renderebbero commestibile, oltre al contenuto, anche il contenitore. Sul sapore si sta ancora lavorando e, una volta trovata la giusta dose per rendere il materiale gradevole anche al gusto, magari con l’aggiunta di aromi e addirittura vitamine, gli imballaggi di nuova generazione saranno pronti al test vero, quello del mercato. A credere nel progetto di un packaging autenticamente green è il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, che ha presentato il progetto a Philadelphia, nel corso del congresso della Società Americana di Chimica e affidato una prima fase di produzione sperimentale a una piccola azienda del Texas. I ricercatori, coordinati da Peggy Tomasula e Laetitia Bonnaillie, autori della «ricetta» a base di caseina, con l’aggiunta di pectina di agrumi e di alcuni sali per renderle la pellicola più forte e più resistente all’umidità, prevedono che le prime pellicole al latte possano arrivare sul mercato nell’arco dei prossimi tre anni. I due chimici alimentari hanno avuto l’idea pensando di poter sfruttare la sovraproduzione di latte negli Stati Uniti che, nonostante un calo dei consumi, è stata mantenuta alta grazie alla trasformazione in latte in polvere, comunque disponibile in eccesso.


«La pellicola fatta con le proteine del latte è anche molto efficace nel bloccare l’ossigeno, garantendo una migliore conservazione dei cibi nella catena della distribuzione e riducendo di conseguenza gli sprechi», ha osservato Tomasula. Si calcola infatti che queste pellicole “da mangiare” blocchino il contatto dei cibi con l’ossigeno con un’efficacia 500 volte maggiore rispetto a quella della plastica. Risolverebbero inoltre uno dei maggiori problemi legati alle confezioni in plastica, vale a dire l’accumulo di tonnellate di rifiuti non biodegradabili, che occupano le discariche per anni. Per i prodotti come fette di formaggio, carni confezionate e snack confezionati singolarmente e perfino per la pizza con i suoi cartoni, le attuali soluzioni di packaging finiscono inevitabilmente in discarica. Ogni anno gli americani scartano circa 33 milioni di tonnellate di plastica, dei quali solo una piccola parte viene recuperato, vista la praticità e soprattutto l’economicità di produrre imballaggi «vergini». Finora, qualcosa di simile sul mercato è stato tentato da pellicole in amido di patate, anch’esse biodegradabili e commestibili, ma più limitanti in termini di risultati, in quanto maggiormente porose e più sensibili al contatto con l’ossigeno. Un «difetto» che le penalizza in quanto a capacità di conservazione del cibo. A confronto, i pori delle pellicole ottenute dal latte, utilizzando la caseina, sono molto più piccoli e riescono a proteggere meglio gli alimenti. Per rendere le pellicole ancora più robuste, resistenti a umidità e temperatura e maneggevoli, è stata utilizzata la pectina estratta dai limoni.

«Tra le prime applicazioni c’è il confezionamento di cibi in porzioni singole – ha detto Bonnaillie – e un altro vantaggio della plastica derivata dal latte è che può essere applicata come uno spray su cibi meno resistenti al contatto con l’umidità, come i cereali, oppure per conservare in modo ideale la pizza, evitando che il condimento si disperda». Una proposta interessante che, tuttavia, deve ancora trovare risposte applicabili per una produzione industriale, in primis per i possibili problemi nei confronti dei soggetti allergici ai derivati del latte. «Dobbiamo trovare un equilibrio tra le proprietà di resistenza ed elasticità, tenendo conto soprattutto delle normali condizioni di stoccaggio dei cibi, dal frigorifero al caldo di una cucina», dicono i ricercatori.

Il design di un oggetto non è arte: le esperienze multisensoriali possono aiutare

Packaging realizzati da marco Rotondo in collaborazione con la Cartotecnica Medhea di Asti per Venchi e Guido Gobino.
Packaging realizzati da marco Rotondo in collaborazione con la Cartotecnica Medhea di Asti per Venchi e Guido Gobino.

I consumatori diventano sempre più diffidenti e consapevoli e la sfida per i brand si fa ancor più impegnativa. Sembra che ormai anche gli strumenti di marketing più sofisticati non riescano a far presa su un pubblico sedotto dalle offerte del momento e insofferente ai programmi di fidelizzazione. Il packaging, ora più che mai, può fare la differenza. Ma come può un contenitore assolvere a questa funzione?

Il Neurodesign può essere la risposta giusta per progettare confezioni sempre più efficaci sfruttando le reazioni del nostro complesso sistema nervoso. Alberto Gallace, ricercatore in Psicobiologia presso l’Università di Milano-Bicocca e professore a contratto di Neuroscienze dei Consumi presso l’Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano ci ha svelato alcuni aspetti di questa disciplina che promette sviluppi interessanti nel breve termine.

Alberto Gallace, ricercatore in Psicobiologia presso l’Università di Milano-Bicocca e professore a contratto di Neuroscienze dei Consumi presso l’Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano
Alberto Gallace, ricercatore in Psicobiologia presso l’Università di Milano-Bicocca e professore a contratto di Neuroscienze dei Consumi presso l’Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano.

Il design di un oggetto o servizio non è arte. Non si tratta di dare libero sfogo alla propria immaginazione, ma di creare un prodotto che sia qualitativamente il migliore possibile e che l’utilizzatore percepisca nel migliore dei modi.

Il neurodesign è una nuova disciplina volta a identificare quegli aspetti del design e dello sviluppo di oggetti, prodotti, ambienti e servizi (siano essi reali o derivati da interazioni uomo-macchina e virtuali) che il nostro sistema nervoso centrale identifica come più piacevoli e adeguati. Può essere considerato, almeno in parte, come uno sviluppo della neuroestetica, la disciplina che si occupa di studiare i correlati neurali delle nostre valutazioni estetiche. La ricerca in questo campo ha identificato le aree cerebrali responsabili della percezione del bello e del piacere. Per esempio, è stato mostrato come l’attivazione di centri cerebrali quali la corteccia orbitofrontale, indica il coinvolgimento del sistema della ricompensa umana, quel network neurale che determina la nostra motivazione a intraprendere determinate azioni per raggiungere un obiettivo o un rinforzo. A livello applicativo, questo dato è molto importante, anche perché, più tale sistema è attivato e maggiore è la nostra propensione a pagare un prezzo più alto per acquistare un prodotto. Questo implica che un servizio o prodotto di successo e qualità, in molti casi dovrebbe mirare a massimizzare l’attivazione proprio di tali sistemi. Le neuroscienze cognitive ci possono aiutare a capire come ottenere questo risultato.

È evidente che informazioni di tale portata possano costituire una grande risorsa per chi di mestiere progetta e realizza packaging: se utilizzate adeguatamente potrebbero limitare o addirittura impedire di commettere errori che potrebbero determinare il fallimento di nuovi prodotti immessi sul mercato. Grazie al neurodesign è possibile individuare quegli aspetti del design che il nostro sistema nervoso centrale identifica come più piacevoli e adeguati e in questo modo sarà più semplice ottenere prodotti di successo.

Packaging realizzati da marco Rotondo in collaborazione con la Cartotecnica Medhea di Asti per Venchi e Guido Gobino.
Packaging realizzati da marco Rotondo in collaborazione con la Cartotecnica Medhea di Asti per Venchi e Guido Gobino.

Il cervello determina le nostre abitudini di acquisto

Il nostro sistema nervoso riceve una serie d’informazioni in ingresso riguardo a un prodotto, le traduce in un linguaggio elettrochimico, le processa, le immagazzina, le confronta con dei dati a sua disposizione e dà poi origine a determinate risposte cognitivo-comportamentali, fisiologiche ed emozionali. «Quello che noi ricercatori cerchiamo di far capire a designer ed esperti di marketing – ci racconta Alberto Gallace, ricercatore e docente universitario – è che noi non acquistiamo o valutiamo mai un singolo oggetto ma una complessa esperienza multisensoriale. Le neuroscienze cognitive ci aiutano a comprendere quali combinazioni sensoriali producono l’esperienza che desideriamo veicolare, riducendo i rischi di mettere sul mercato un prodotto o un servizio destinati a fallire».

Percepire il prodotto attraverso il packaging

Diversi esperimenti condotti nei laboratori di ricerca diretti dal dr. Gallace hanno dimostrato che, per esempio, la percezione di piacevolezza e frizzantezza di una bevanda può variare in funzione del colore, del peso e della ruvidità del contenitore nel quale viene consumata. Non a caso alcune aziende iniziano a brevettare le sensazioni tattili veicolate dal loro packaging, così come si fa per loghi, nomi, colori e suoni legati a un determinato brand. «Spesso le finiture adottate dalle case produttrici si limitano a dei timidi tentativi – continua Gallace – mentre grazie alle neuroscienze cognitive sarebbe possibile osare di più riuscendo a conferire ai contenitori la percezione del lusso, della qualità, della praticità o dell’ecosostenibilità.»

Razionalità o emotività: quale prevale durante gli acquisti?

È impossibile dire con precisione quale componente – razionale o emotiva – abbia il sopravvento durante la fase di acquisto di un prodotto poiché dipende da una serie di importanti variabili quali il tempo a disposizione, il livello di coinvolgimento nell’acquisto, la tipologia di prodotto che si sta acquistando e così via. Sappiamo però che la componente emozionale è di gran lunga superiore rispetto a quanto si possa pensare. «Negli ultimi anni si parla di marcatori somatici, e di quanto questi siano rilevanti nel determinare le nostre scelte e decisioni», spiega Gallace. «Per esempio, quando ci troviamo davanti a un prodotto, il nostro sistema neurale lo classifica immediatamente come piacevole e non piacevole e produce una risposta fisiologica appropriata: può aumentare il battito cardiaco, la frequenza di respirazione, la produzione di alcuni mediatori chimici e così via. Quando incontriamo nuovamente lo stesso prodotto, una risposta fisiologica simile viene attivata automaticamente dal nostro cervello in particolare quando non sappiamo decidere tra due prodotti simili e siamo di fretta o ci troviamo in un ambiente rumoroso o affollato.»

Ciò dimostra che la risposta emozionale e fisiologica spesso domina sulla nostra capacità di ragionamento nel determinare il nostro comportamento, anche quando riteniamo che non sia così.

Packaging realizzati da marco Rotondo in collaborazione con la Cartotecnica Medhea di Asti per Venchi e Guido Gobino.
Packaging realizzati da marco Rotondo in collaborazione con la Cartotecnica Medhea di Asti per Venchi e Guido Gobino.

Il tatto orienta le nostre scelte

Spesso sottostimiamo il ruolo del tatto perché agisce in gran parte a livello automatico. Il nostro cervello elabora l’informazione che ci viene dal contatto diretto con superfici, ambienti e persone e la utilizza per orientare le nostre scelte. Gallace ci spiega che alcuni dei prodotti di design di maggiore successo come la bottiglia della Coca-Cola o i prodotti Apple, hanno un’inconfondibile e unica componente tattile. «Nei nostri laboratori abbiamo mostrato che le risposte del sistema nervoso autonomico (quello che produce cambiamenti nel battito cardiaco, respirazione e sudorazione), che sono poi quelle che ci fanno approcciare o evitare uno stimolo, sono molto più marcate se esploriamo tattilmente un oggetto e non se ci limitiamo a guardarlo. La ricerca neuroscientifica ci mostra inoltre che le risposte fisiologiche e emozionali al contatto con un prodotto possono essere diverse per uomini e donne o variare in funzione di determinate caratteristiche della persona, un dato particolarmente utile quando ci si confronta con un bisogno di segmentazione di mercato.»

Creatività e razionalità possono convivere

Spesso quando si parla di design si pensa all’aspetto più propriamente creativo. L’uso di un dato scientifico, da questo punto di vista, sembra quindi “inquinare” la componente creativa. D’altra parte però, il design di un oggetto o servizio non è arte. Non si tratta di dare libero sfogo alla propria immaginazione, ma di creare un prodotto che sia qualitativamente il migliore possibile e che l’utilizzatore percepisca nel migliore dei modi. «Io posso dire a un designer che per riprodurre una particolare esperienza percettiva ed emozionale derivante dall’uso di un certo oggetto, andrebbero usati specifici colori, texture di superficie, forme – sottolinea Gallace – e che la combinazione di forme su cui sta attualmente lavorando potrebbe non essere la più efficiente o ancora che in quel prototipo di prodotto manca un elemento importante per la valutazione del consumatore.» Sta alla creatività e all’esperienza del designer mettere insieme al meglio i suggerimenti offerti dalle neuroscienze e trovare soluzioni innovative.

Le reazioni della comunità creativa

Ma i creativi che atteggiamento assumono rispetto a questi studi? Ci sono sicuramente gli entusiasti e gli scettici ma in linea generale sembra che tra i designer e le neuroscienze applicate ci sia spesso una relazione di amore-odio. «Cerco sempre di ricondurre le reazioni su un campo neutro – continua Gallace – non si può reagire al dato scientifico con emozionalità, bisogna valutarne i possibili benefici e limitazioni in modo razionale.»

In particolare il ricercatore ci racconta che sono soprattutto le aziende italiane a non mostrare interesse per questi studi che invece potrebbero essere di grande aiuto. «Il nostro Paese ha le potenzialità per essere ai massimi livelli in moltissimi campi produttivi e nel design la nostra forza non è in discussione. Ma puntare sull’innovazione e sulla ricerca è indispensabile per un’azienda che voglia competere a livello mondiale.»

L’inefficacia delle ricerche di mercato e dei focus group

A questo punto sorge spontanea una domanda: questi studi soppianteranno le classiche ricerche di mercato e i focus group normalmente utilizzati per conoscere le abitudini e le preferenze dei consumatori? «Sono sicuramente strumenti importanti sia per lo sviluppo di prodotti, che per la decisione su una strategia di marketing» conclude Gallace. «Il vero problema è quando queste vengono utilizzate senza ulteriori supporti, per esempio quello offerto dalle neuroscienze cognitive.» In generale il punto della questione è che alcuni dei  metodi classici attraverso i quali si ottengono informazioni sulle caratteristiche considerate importanti per la valutazione di un oggetto, nella fattispecie i focus group, non sono più sufficienti a indirizzare lo sviluppo e il design di un nuovo prodotto se utilizzati singolarmente.

Il punto di vista di chi ha deciso di raccogliere la sfida

Pur essendo il neurodesign un argomento di grande attualità che suscita molto interesse tra gli addetti ai lavori, è difficile trovare esempi concreti nel nostro Paese. Siamo ancora in una fase preliminare circoscritta all’acquisizione d’informazioni o c’è di più? Quanto questi studi hanno attirato l’attenzione di tutti coloro che potrebbero trarre beneficio dalla sua applicazione, dai designer di packaging ai produttori di imballaggi per arrivare ai brand di tutte le aree merceologiche?
Lo abbiamo chiesto a chi, in modo diverso, sta cercando di andare oltre e attraverso una serie di iniziative tenta di capire come trasformare delle affascinanti tesi in prodotti pronti a «catturare» consumatori sempre più consapevoli e diffidenti. Stefano Torregrossa, designer, Marco Rotondo, consulente di Packaging e Stefano Lazzari ,CEO di Sirap ci hanno raccontato la loro esperienza.
Creatività vs razionalità?
Si definisce freelance designer, docente e typelover Stefano Torregrossa. Scrive anche bene e sul suo sito Onice Design è possibile leggere i suoi Racconti tipografici davvero coinvolgenti. Si occupa da anni di brand design, print design e packaging, è acuto e curioso e soprattutto ama sperimentare. Naturale chiedergli un’opinione sull’argomento, considerato che i creativi sembrano essere ai margini di quella che appare come una vera rivoluzione. «Una materia che analizzi le reazioni consapevoli e inconsapevoli di un utente di fronte a un prodotto di comunicazione, rappresenta una componente fondamentale in un processo di design», dice Stefano. «D’altronde cercare di prevedere la percezione di un prodotto da parte del proprio target è un passaggio irrinunciabile in qualunque progettazione grafica.»
OLYMPUS DIGITAL CAMERA
OLYMPUS DIGITAL CAMERA
Ma c’è chi sostiene che la creatività sia per definizione irrazionale e che un creativo non debba essere costretto ad agire secondo parametri precisi. «La creatività può anche essere irrazionale, ma non lo è il design» continua Torregrossa. «Il design è ingegneria, risoluzione di problemi, unità di un processo legato a doppio filo al marketing. Se un design non è razionale non è un buon design, è un esercizio decorativo fine a se stesso.» In quest’ottica, secondo il designer veronese, il neurodesign può essere una componente fondamentale per valutare le reazioni del pubblico di fronte a un prodotto di comunicazione.
Ma allora perché, stando anche a quanto dichiarato dai ricercatori, i creativi non sembrano appassionarsi a questi temi? Secondo Torregrossa si tratta di una materia relativamente nuova e sconosciuta al pubblico dei designer. Dall’altra parte, la formazione scolastica e parascolastica di un creativo non prevede (ancora) materie legate a questa disciplina. «Potrebbe essere un’interessante aggiunta ai programmi formativi, soprattutto oggi che – purtroppo – molte scuole si orientano verso competenze più pratiche che teoriche.»
Virtuosismi cartotecnici per conquistare i consumatori
Marco Rotondo si definisce un freelance. Dopo una laurea in Scienze Politiche e un’esperienza da imprenditore con un’azienda cartotecnica, oggi collabora con brand di primo piano ai quali offre la sua consulenza per realizzare packaging e pop. Un’attività che lo impegna in una ricerca continua per offrire ai suoi potenziali clienti proposte innovative.

marco rotondo

«Il mio lavoro è anche la mia passione – dice Rotondo – mi occupo da sempre di questo e mi piace confrontarmi per aver nuovi spunti.» Infatti Marco ha anche un blog L’Angolo Rotondo, molto apprezzato soprattutto dalla comunità di Linkedin che segue con interesse i suoi post. «Il blog nasce dalla voglia di diffondere la cultura grafica. È per questo che scelgo temi apparentemente noti a tutti, come le prove colore, che nascondono però molte insidie. E poi ci sono i corsi di formazione. Insomma, un’attività diversificata basata sul confronto continuo alla ricerca di nuovi stimoli. «Mi sono sempre interessato ai comportamenti umani – prosegue Rotondo – e considerato quello che faccio mi interessano in particolare i meccanismi che si mettono in moto in fase di acquisto.» È così che dopo alcune ricerche e letture inizialmente deludenti, anche Marco si appassiona al neurodesign e al neuromarketing e cerca di saperne di più. «È noto che negli ultimi anni le persone tendano a razionalizzare gli acquisti e a puntare sulle offerte, sulla convenienza e sulla sobrietà. La crisi ci ha portato alla consapevolezza dell’acquisto: compriamo ciò che ci serve realmente e sempre più occasionalmente ci lasciamo andare all’istinto.» Ecco perché l’imballaggio oltre a poggiare sui cardini della funzionalità e dell’estetica deve assolvere a un compito più importante: convincerci a comprare quel prodotto.
In particolare, Rotondo è interessato al mercato del lusso. «La mia attività spazia tra il parafarmaceutico, il dolciario e il tessile di alta gamma ma ritengo che il mercato del luxury sia in questo momento quello che più si presta a questa sperimentazione.» Insieme al dr. Alberto Gallace e alla Cartotecnica Medhea di Asti, che si è prestata a realizzare i packaging che verranno testati nella ricerca, Rotondo sta muovendo i primi passi per mettere a punto una ricerca che esplori quali sono i materiali, le finiture e le forme che meglio veicolano l’idea del lusso. «L’obiettivo è quello di dare una base scientifica a ciò che per noi è intuitivo: sono certo che potrebbe essere un ottimo punto di partenza per dare concretezza a questi studi.»
Anche il Food vuole la sua parte: un’esperienza da imitare
Impegnata nel settore del packaging alimentare in Europa grazie alla produzione di vaschette in polistirolo espanso e in plastica rigida, Sirap è una multinazionale che conta 19 aziende in 16 Paesi con nove stabilimenti di produzione, un fatturato di 220 milioni di euro e 1150 collaboratori. Un’azienda tutta italiana con sede a Verolanuova, in provincia di Brescia, nata dall’aggregazione di alcune aziende storiche che un mercato sempre più competitivo ha costretto a una lunga e complessa riorganizzazione durata tre anni. «Terminata la fase riorganizzativa e rilanciati gli investimenti in termini di tecnologia e personale, abbiamo ricostituito un nucleo di Ricerca & Sviluppo e innovazione», ci racconta Stefano Lazzari, CEO della società. I ricercatori e i designer della Sirap collaborano con varie università anche internazionali su più fronti: dall’Istituto di Tecnologie Alimentari per studiare come prolungare la conservazione del cibo, ai dipartimenti di chimica dei materiali, fino a una recente collaborazione con il Polidesign.
«Collaborare con le università ci consente di avere uno sguardo più lungo rispetto alle tendenze e all’evoluzione dei mercati nei quali operiamo», dice Lazzari. Ma la competitività sempre più spinta impone di anticipare i bisogni dei propri clienti per produrre contenitori sempre più innovativi per funzionalità e praticità, che inducano il consumatore a preferire un prodotto a un altro. Ed è qui che entra in gioco il neurodesign: meglio un contenitore completamente trasparente che consenta di vedere il fondo e verificare l’integrità del cibo o è preferibile il polistirolo perché dà più l’idea di protezione? Meglio una vaschetta quadrata o rotonda? È più opportuna la trasparenza o il colore? Come funziona un contenitore al tatto? «Sono rimasto affascinato dalla letteratura su questo argomento e ho capito che si trattava di una sfida entusiasmante che la mia azienda doveva assolutamente raccogliere.»
In che modo è presto detto. Un gruppo internazionale di studenti del Politecnico di Milano insieme ad alcuni dipendenti della Sirap, coordinati da docenti del Poli e consulenti esterni, lavoreranno gomito a gomito per quattro settimane con l’obiettivo di individuare dei temi di sviluppo che la Società, con l’aiuto di Alberto Gallace, si concentrerà a portare avanti nei prossimi due anni. Difficile immaginare i risultati ma è probabile che il nostro supermercato, tra qualche anno, ci riserverà non poche sorprese.

Comunicazione visuale di impatto con le soluzioni Saxoprint

Pellicola adesiva standard.
Pellicola adesiva standard.

Saxoprint presenta  ai propri clienti due innovative gamme di prodotti: le pellicole adesive per finestre e vetrine e i pannelli di polipropilene alveolare, in grado di soddisfare le più ambiziose richieste in termini di privacy e comunicazione visuale. Con queste due novità il Gruppo per la stampa online integra la propria ricca gamma di prodotti dedicati alle fiere e al mondo del retail.

Pellicola adesiva standard.
Pellicola adesiva standard.
Pellicola adesiva microtraforato.
Pellicola adesiva microtraforato.

Le pellicole adesive Saxoprint permettono di trasformare la vetrina di un negozio in un vero e proprio spazio pubblicitario. Questa tipologia di prodotto non solo è utile per attirare l’attenzione dei passanti sul messaggio che si desidera diffondere, ma è anche un validissimo aiuto per schermare l’interno di un locale, di una stanza o di un ufficio, mantenendo l’assoluta privacy senza rinunciare alla luce naturale.

Facili da applicare, disponibili nei formati dal 20×100 al 100×140 cm, in bianco o specifiche per superfici di vetro, garantiscono un risultato perfetto, a “prova di bolla”.

La pellicola adesiva bianca è il supporto per trasformare finestre e vetrine in spazi pubblicitari ad alta visibilità. Semplicissima da applicare, garantisce un’ottima resa della stampa ed è adatta anche per esterni.

La speciale pellicola per vetrine è un vinile ad effetto smerigliato, per decorare porte e finestre di vetro e per rendere uffici e locali commerciali moderni e accoglienti. Grazie alla particolare opacità, infatti, la pellicola protegge dalla luce diretta, senza togliere luminosità agli spazi interni.

Inoltre, è possibile scegliere il microforato one-way, una pellicola che permette la visione solo in una direzione: il lato esterno può essere stampato e utilizzato come spazio pubblicitario mentre dall’interno si mantiene una perfetta visione verso l’esterno. Per questo tipo di stampa è consigliata la nobilitazione “laminazione” della pellicola, che garantisce un’alta protezione contro acqua, raggi del sole e graffi.

L’altra grande novità di casa Saxoprint è rappresentata dai pannelli di polipropilene alveolare. Il polipropilene alveolare è un materiale rigido, insensibile agli agenti atmosferici, durevole nel tempo, stampabile su entrambi i lati. Inoltre, può essere comodamente fissato grazie ai fori posizionati negli angoli.

Queste caratteristiche lo rendono estremamente versatile e adatto all’utilizzo anche in esterno.

Esempi concreti dei possibili utilizzi di questa tipologia di pannelli sono le fiere, dove vengono impiegati per indicare le varie direzioni, per presentare i prodotti, per azioni di marketing e pubblicità negli stand, come ornamento e branding. Nel settore aziendale sono utili per l’orientamento all’interno o all’esterno dell’edificio e, se adeguatamente realizzati, anche per evidenziare il corporate design dell’azienda.

Ordinabili a partire da 1 pezzo, sono disponibili in vari formati (A3, A2, A1, A0, 70×100 e 50×70 cm).

Macchinari ultra moderni e un assistente personale dedicato per il supporto tecnico assicurano al cliente la scelta del prodotto più adatto alle proprie esigenze di comunicazione. Con Saxoprint, infatti, i clienti possono effettuare ordini per fiere o eventi, con la sicurezza di ricevere stampati di elevata qualità in tempi brevissimi. Inoltre offre, in un unico online shop, il vantaggio e la comodità di avvalersi di più servizi e di ricevere il prodotto finito, rivolgendosi a un unico fornitore.

Il consumatore proattivo nell’era omnicanale

La comunicazione omnicanale è un paradigma emergente da diversi anni – alcuni lo collocano dal 2012, ma esistono fonti contrastanti – con il quale si intende un utilizzo di più media differenti, per coinvolgere, integrare, raggiungere e rendere protagonista il consumatore nella sua esperienza con un prodotto o con una marca.

L’omnicanalità determina un matrimonio collaborativo tra il consumatore e il brand, attraverso il quale il consumatore è parte attiva mediante il dialogo e anche, in certi casi, mediante la collaborazione a costruire «la propria storia» con il brand e con i suoi prodotti.

La comunicazione omnicanale consente di orchestrare diversi media differenti (carta, stampa, mass media social media, e-mail marketing, seo…) in modo tale da raggiungere un consumatore con un messaggio per lui il più possibile pertinente con le sue aree di interesse, e nel momento più giusto per lui.

Si supera il concetto di consumatore a favore del termine di Prosumer: il consumatore che semplicemente consuma un prodotto è un concetto superato in quanto è ora proattivo e oltre a consumare un prodotto crea contenuti (sotto forma di storie) su di esso.

L’idea di un consumatore proattivo – il prosumer, appunto – determina un cambiamento radicale negli stili e negli approcci di comunicazione: si invertono anche i ruoli di mittente e destinatario, e non si assiste più solamente a un mittente che raggiunge un ricevente raccontando un messaggio, lo storytelling (stile tipico delle imprese che usano semplicemente video, immagini in cui ambientare una storia). Dallo storytelling si passa allo storymaking nel quale i consumatori/prosumer creano storie insieme ai brand.

Tre esempi di comunicazione innovativa. Lo storymaking – come vedremo nella prima campagna Dove – è fatto dai consumatori/prosumer e crea storie molto intense che legano prodotti alle consumer community e per questo motivo è partecipativo.

La geolocalizzazione è la capacità dei media digitali di legare/localizzare una conversazione su un luogo fisico e lo vedremo in una campagna di Unicredit. Vedremo inoltre Venetian Floors, una campagna di branding di Pixartprinting che ci verrà spiegata direttamente dalle parole di Andrea Pizzola, direttore vendite e marketing.

La campagna Dove: «Real Beauty Should be shared»

La campagna di Dove «real beauty should be shared» di fine 2014 è una tipico esempio di storymaking, nel quale ogni messaggio è incentrato sul contenuto generato dagli utenti.

La campagna ha come fulcro un contest (concorso) su Facebook nel quale si chiedeva alle persone di trovare l’aspetto più bello di un amico/a. Questa campagna – partita da Facebook – è riverberata con messaggi diversi in modo transmediale su più media (dalla carta, al broadcasting televisivo e radiofonico). È emblematica per due aspetti: in primo luogo il contest non ha un premio in prodotto, ma il premio è «vanity» e consiste nell’avere il proprio commento pubblicato sul sito di Dove. Il secondo aspetto interessante è che le persone hanno generato commenti attribuendoli ad amici e/o famigliari, spesso orientati non tanto all’essenza del makeup o di argomenti sulla categoria merceologica, ma su valori di fondo come l’amicizia, l’amore, la famiglia, il rispetto e altri valori.

Immagine-1-dove-realbeauty

Unicredit MilanInsight.it: conversazioni geolocalizzate

MilanInSight.it è una piattaforma creata da Unicredit nel 2015 che raccoglie i contenuti realizzati ad hoc dagli utenti in un racconto collettivo fatto di luoghi, persone ed emozioni. Lo scopo è di creare attraverso un sito una narrazione del passato, del presente e del futuro di Milano fatto soprattutto dalle storie e dai vissuti delle persone. Unisce i contributi testuali e fotografici messi a disposizione da Unicredit, dai partner della piattaforma, dal Corriere della Sera, dal Touring Club Italiano, Canon e Archivio Alinari. L’aspetto che più colpisce di MilanInsight è la sua capacità di legare i luoghi ai racconti delle persone in uno storymaking geolocalizzato, alimentato dalle storie delle persone che Milano la vivono tutti i giorni.

immagine-2-milaninsight

Venetian Floors by Pixartprinting: contenuti raccontati dal fotografo Sebastian Erras con lo stile del #Selfeet

Venetian Floors è un progetto Pixartprinting finalizzato alla diffusione di contenuti esclusivi di alto livello: è legato al design, alla grafica e all’arte, sviluppato con lo scopo di offrire agli utenti argomenti fruibili gratuitamente che portano alla scoperta di Venezia da una prospettiva insolita, quella col naso all’ingiù.

Sebastian Erras racconta i pavimenti veneziani con un approccio che si lega a contaminazioni da instagram derivate dello stile «selfeet» ovvero dall’alto in basso con i piedi del fotografo visibili nell’immagine.

Di questa campagna ci parla Andrea Pizzola, direttore vendite e marketing di Pixartptinting per capire come si integra nella strategia di comunicazione del marchio.

Ci parla dell’integrazione di «Venetian Floors» nella comunicazione omnicanale di Pixartprinting?

«L’approccio di marketing olistico da noi adottato è estremamente importante per la nostra strategia di marketing digitale. Gran parte del budget di comunicazione si basa sui canali digitali poiché il nostro modello di business è quello di portare le persone a completare un ordine online. Il nostro approccio omnicanale è stato studiato per fare in modo che Pixartprinting sia presente nei luoghi digitali che le persone frequentano. Laddove l’uomo è presente nel mondo digitale noi dobbiamo esserci e dobbiamo usare tutti i canali in maniera diversificata e dando a essi un valore aggiunto, senza replicare lo stesso messaggio in tutti i canali (la pratica del Channel Fulfilment che noi deprechiamo); ma al contrario, vogliamo dare un significato specifico a ogni messaggio adattandolo al canale in cui è calato, all’orario in cui è comunicato, cercando in questo modo di raggiungere il pubblico giusto ed essere pertinente con i suoi interessi.

«Venetian Floors è una campagna creata per far entrare le persone in contatto con la nostra azienda senza necessariamente dovere parlare dei prodotti, ma entrando nel mondo Pixartprinting, sui valori fondanti dell’impresa. È correlato ai valori del colore, del design, dell’architettura. Viene raggiunto dal nostro prospect target che è potenzialmente interessato ai nostri prodotti, ma non è ancora attivato nella ricerca di essi. Per questo motivo legge un contenuto che gli interessa, viene in contatto con noi e ci raggiunge in un processo generativo di interesse» racconta Pizzola, che prosegue: «nel momento in cui un utente entra in contatto con il sito di Pixartprinting partono tutte le attività di nurturing che spiegano chi siamo e perché Pixartprinting può essere un’opportunità per i propri valori: l’utente può iscriversi alla newsletter, ai canali social e agli altri servizi. Il mondo dell’online ci consente di avere molti dati che noi filtriamo, raggruppando i clienti, e questo ci consente di fornire all’utente un messaggio pertinente.

«Il nostro approccio omnicanale suddivide i messaggi, intonandolo su ogni mezzo (e-mail, social, Seo) con approccio basato sulla comunicazione corale: usiamo i canali social come un’orchestra nella quale ognuno è uno strumento che viene usato come in una sinfonia per fare in modo che il brand Pixartprinting sia ascoltato.»

Pizzola aggiunge anche «cerchiamo nuovi strumenti di marketing: da marzo 2016 adotteremo Oracle DMP – Data Management Platform – una piattaforma a supporto dell’e-commerce che ci consente di capire cosa fanno gli utenti quando sono altrove da Pixartprinting.»

Qual è il target di Pixartprinting?

«In realtà il nostro approccio è rovesciato. Noi non partiamo dal target, ma definendo il nostro posizionamento, la nostra mission e la nostra reason-why riusciamo a creare una comunicazione coerente sul nostro posizionamento. Ed è quindi il nostro target che si avvicina a noi e decide se essere nostro cliente o meno. Un posizionamento, una comunicazione coerente con la nostra mission e vision determina l’avvicinamento del target e l’inizio di una comunicazione interattiva e strategica.»

Che consiglio dareste a uno stampatore tradizionale?

«Pixartprinting potrebbe essere inteso come uno stampatore tradizionale. La nostra produzione è tradizionale, i macchinari e le attrezzature in gran parte sono le medesime. Ciò che cambia è il nostro approccio. Noi basiamo tutto sul nostro catalogo online. E di conseguenza si rovescia il paradigma di interazione con il cliente. Il cliente non viene raggiunto da un agente di vendita. È lui che raggiunge noi, online. In questo senso il nostro bacino è molto più vasto e la nostra copertura è molto più capillare. Il consiglio che do a uno stampatore tradizionale è di abbracciare la cultura e l’approccio digitale che è appunto un approccio di management da non confondere – in modo riduttivo – con una tecnologia.»

immagine-4-venetian-floors

I nuovi inchiostri dayglow per il mercato offset di hubergroup

Il produttore d’inchiostri da stampa hubergroup ha recentemente aggiornato la gamma di colori della sua serie di inchiostri dayglow. Questi inchiostri speciali si basano su una formulazione totalmente nuova, grazie alla loro affidabilità cromatica e alla loro luminosità intensa. Per sfruttare tutti i potenziali vantaggi delle materie prime utilizzate, sia il veicolo che il pigmento base sono stati completamente riformulati. Le basi per le 14 referenze Pantone Plus “Colori Base Neon” sono sette tonalità colore di base. Le tonalità Pantone 801-807 sono mono-pigmentate, mentre le tonalità 808-814 sono costituite da miscele di sette colori base.

Grazie ai pigmenti puri e brillanti utilizzati, gli inchiostri dayglow catturano l’occhio di chi guarda e sono quindi adatti per mailing, volantini promozionali, inviti e biglietti di auguri.

Gli inchiostri dayglow possono essere utilizzati come qualsiasi altra serie di inchiostri offset convenzionali. Il loro più alto grado di saturazione di pigmento consente di raggiungere risultati brillanti, anche nell’applicazione di film più sottili e usando solo una singola unità di stampa. Di regola quindi non c’è bisogno di una seconda unità di stampa per produrre un impatto visivo intenso. Grazie all’applicazione più sottile di inchiostro, è anche possibile riprodurre motivi più finemente elaborati senza il rischio di incorrere in problemi di stampa. Ciò apre nuovi orizzonti soprattutto per i creativi: laddove l’utilizzo degli inchiostri dayglow era limitato alla stampa di fondi pieni, ora possono essere utilizzati per stampare soggetti con motivi e disegni a linee sottili. Questo offre agli stampatori l’opportunità di approcciare i loro potenziali clienti con nuove offerte.

“Let the ink shine”: sono disponibili campioni stampati con i nuovi accattivanti inchiostri dayglow hubergroup.

InSoft riceve il PIA InterTech Technology Award per il software Imp

InSoft Automation è stata premiata con il 2016 InterTech Technology Award per il suo prodotto IMP. Questo premio, offerto dalla Printing Industries of America, viene riconosciuto ogni anno alle tecnologie innovative che si suppone avranno un impatto rilevante sulle modalità di produzione della stampa. IMP è stato premiato per il suo livello di automazione intelligente, e per la sua abilità di inserirsi in una grande varietà di workflow. Rappresenta l’avanguardia nell’imposition, nel layout intelligente, nella gestione di fustelle, nella capacità di gestione di diverse tecnologie di stampa come offset digitale, VSOP e grande formato.

«Questo premio prestigioso riconosce la tecnologia innovativa di Imp che alleggerisce la complessità quotidiana degli stampatori di tutto il mondo, e consente di aumentare i profitti grazie all’ottimizzazione dell’utilizzo di materiali e macchine» afferma Santosh Mulay, vice presidente di InSoft.

Imp è un software versatile che automatizza la creazione di layout di imposition pronti per la stampa. Il livello di automazione è alto, tuttavia la funzionalità di spicco è la capacità di ottimizzare i layout su una grande varietà di tipologie di lavoro (packaging, etichette, riviste ecc.) e processi di stampa (offset, digitale, grande formato). Inoltre, i lavori rettangolari e quelli fustellati possono essere posizionati insieme.
Con il software Imp, gli stampatori non hanno necessità di investire in tanti prodotti di produttori diversi: possono utilizzare il workflow integrato di Imp per gestire differenti tipologie di lavoro, di stampa, di finishing, riducendo considerevolmente la complessità nel lavoro quotidiano.
I benefici di un software che genera automaticamente i layout di imposition sono:
• Ganging di scatole e confezioni
• Ottimizzazione di lavori rettangolari o fustellati per stampa piana e in rotolo
• Accorpamento di tutte le tipologie di lavori sia su foglio sia su bobina, inclusa la stampa offset a foglio variabile (VSOP). Il software suggerirà in automatico la lunghezza foglio ottimale da usare.
• Creazione di piano di imposition per libri su macchine complesse multi-bobina
Con un software di pianificazione dei layout di stampa così automatizzato, c’è un altro vantaggio importante: la generazione veloce e accurata dei preventivi. Grazie all’abilità del software Imp, è possibile generare layout e utilizzarli nei preventivi, anche senza una conoscenza approfondita dei processi di produzione.

Le tecnologie esclusive incluse in Imp

• Intelligenza artificiale per la generazione automatica della pianificazione e dei layout di stampa. Oltre ad assemblare i fogli nel modo più efficiente, assicura che tutte le operazioni di produzione verranno portate a termine correttamente.
• Ottimizzazione olistica: il software va molto oltre i calcoli sull’utilizzo della carta. Vengono presi in considerazione anche costi di stampa, taglio a ghigliottina, produzione della fustella, fustellatura, legatura.
• Un approccio nuovo garantisce che un gran numero di problemi vengono risolti e che la complessità viene ridotta, grazie a un’interfaccia condivisa per l’imposition di libri, fogli, nesting, fustelle. I workflow per creare la pianificazione delle varie tipologie di lavori saranno omogenei, inclusa la fase di progettazione CAD.
Imp dà la possibilità agli stampatori di automatizzare la pianificazione e la creazione dei layout di stampa, e inoltre consente di essere più competitivi abbassando i costi di produzione.

Jet Press 720S ha ottenuto le certificazioni Fogra e GraCol

La stampante a getto di inchiostro B2, la Jet Press 720S di Fujifilm, con oltre 80 installazioni nel mondo, ha ricevuto un ulteriore riconoscimento ottenendo la certificazione Fogra e GraCoL.

Il conseguimento dell’approvazione Fogra è un segno della fiducia dell’associazione di ricerca sulla tecnologia grafica basata in Germania e conferma che è davvero arrivato il momento della tecnologia Jet Press 720S, in grado di offrire produttività, flessibilità e qualità senza pari ai clienti che desiderano trasformare le proprie attività oggi stesso. Questo riconoscimento certifica la stampante in cinque configurazioni, per diversi substrati e tre diverse condizioni di stampa: Fogra39, Fogra51 e Fogra52.

Falko Wagner, Systems Specialist, Digital Print Solutions Emea di Fujifilm Europe ha affermato: «Aver ottenuto la certificazione Fogra VPS (Validation Printing System) per la stampante Jet Press 720S ha confermato ciò che tutti i nostri clienti nel mondo hanno già scoperto di prima mano, ovvero che oltre a essere una stampante estremamente versatile e a elevata produttività, la Jet Press 720S è in grado di produrre stampe di qualità eccezionale, con livelli di accuratezza e uniformità difficilmente raggiungibili da altre stampanti».

L’intero processo per l’attribuzione del riconoscimento di Fogra richiede diverse settimane e prevede l’esecuzione di complessi test in diverse aree quali:

  • Proofing dei colori e delle finiture lucide dei substrati
  • Permanenza e resistenza alla luce
  • Sbiadimento
  • Resistenza allo sfregamento
  • Accuratezza del colore
  • Limiti della riproduzione della tonalità/riproduzione di vignette
  • Capacità di risoluzione e registrazione dell’immagine
  • Riproduzione dei valori di tonalità colorimetrici
  • Omogeneità
  • Uniformità
  • Informazioni sui margini
  • Conformità PDF/X

Oltre alla certificazione Fogra, la stampante Jet Press 720S ha recentemente ottenuto la certificazione GraCoL negli Stati Uniti. Questo riconoscimento da parte di un ente di standardizzazione della stampa americano altamente rispettato ha dato una nuova spinta alla piattaforma di grande successo Jet Press 720S, confermando ulteriormente la sua fama, basata sulla capacità di offrire stampe di elevata qualità in modo uniforme e affidabile.

Formazione e mondo del lavoro: l’obiettivo è colmare il vuoto

Abbiamo intervistato diverse realtà formative sul territorio italiano, ed ecco cosa ci hanno detto docenti, coordinatori e dirigenti scolastici e anche l’Enipg. L’avvicinamento della formazione al mondo del lavoro è sicuramente l’obiettivo comune.
Una panoramica dell’offerta a disposizione di tutti i giovani che vogliano intraprendere un’attività lavorativa in ambito grafico.

La scuola, che tra i suoi compiti ha quello di formare adeguatamente delle figure aderenti alle richieste di mercato, si trova di fronte a delle richieste complesse e in continua evoluzione. Ecco perché Italia Grafica ha deciso di condurre questa mini-inchiesta.
Non è stato un compito facile perché i programmi didattici, la durata temporale e gli intrecci tra i percorsi formativi previsti dal Miur sono tanti e complessi.
Questo in buona parte dipende dall’evoluzione che il settore ha subito, e continua a subire, sull’onda dei cambiamenti tecnologici, delle esigenze espresse dal mercato del lavoro e dalle modifiche introdotte a suo tempo dalla riforma degli istituti tecnici. Che l’argomento sia interessante lo testimonia il fatto che, per problemi di spazio, non abbiamo potuto riportare tutti gli argomenti affrontati con gli intervistati, di cui scriveremo in un numero successivo.
Il ruolo della lingua inglese, gli accordi con scuole estere per scambi culturali, il progetto Erasmus per i soggiorni all’estero, le azioni formative nei riguardi dei docenti. Certo è che la scuola guarda sempre più al mondo aziendale e agli sbocchi professionali che essa propone; è auspicabile che tutto questo sforzo venga adeguatamente ricambiato dalle imprese che devono aprirsi sempre di più ai tirocini accogliendo, seguendo gli studenti durante tutto il periodo di stage e valorizzandone allo stesso tempo il lavoro.

La scuola, oggi

Che ci sia la necessità di esperti in comunicazione è un dato di fatto; meno chiaro invece è il percorso che tali esperti dovrebbero seguire per poter soddisfare al meglio queste esigenza. Questa difficoltà è strettamente legata all’incertezza che agita il mercato del lavoro alla ricerca di tecnici e di gestori di quella che oggi viene definita comunicazione multicanale, un qualcosa i cui confini non sono stati ancora stabiliti in modo univoco e preciso.
Secondo Matteo Dittadi – segretario nazionale settore grafico Cnos e coordinatore della scuola grafica San Marco di Mestre «Formare grafici e stampatori una volta era un compito più facile; i programmi didattici erano frutto di anni di esperienza. Le esercitazioni di laboratorio più focalizzate su aspetti verticali del processo. Oggi le aziende si aspettano tecnici in grado di spaziare dalla stampa al Web, operatori capaci di impaginare per la carta e per i dispositivi digitali. Tutto questo in un lasso temporale limitato e immerso in un percorso formativo che contempla anche le altre materie tipiche di ogni percorso scolastico che porti al diploma. La scuola ha un compito difficile perché oltre a insegnare agli studenti deve continuare a formare il proprio corpo docente e recepire in modo costante le richieste provenienti dal tessuto industriale in cui si trova a operare.» 

Matteo Dittadi, Segretario Nazionale Settore Grafico Cnos-FAP e direttore della Scuola Grafica e Formazione Continua e Superiore dell’Istituto Salesiano San Marco.
Matteo Dittadi, Segretario Nazionale Settore Grafico Cnos-FAP e direttore della Scuola Grafica e Formazione Continua e Superiore dell’Istituto Salesiano San Marco.

La formazione professionale, basata su tre anni di scuola, è stata per anni uno dei pilastri nell’impianto formativo grafico. Oggi sempre di più ha un naturale proseguimento in un quarto anno di studio che consente allo studente di conseguire un diploma professionale meglio spendibile nel mercato del lavoro.

«La figura dello stampatore offset iperspecializzato che la scuola professionale una volta formava oggi ha difficoltà a collocarsi nel mondo del lavoro. Alle competenze prettamente tecniche devono affiancarsene delle altre riconducibili ad aspetti più umani e sociali. Dopo tre anni lo studente deve sapersi muovere in un contesto lavorativo, rispettando regole e orari. Deve sapere lavorare in gruppo e tenere comportamenti adeguati. Noi non vogliamo formare solo degli esecutori, noi abbiamo l’obiettivo di creare tecnici che sappiano vivere e operare correttamente nelle società» dice Federico Gozzi, Responsabile del Settore Grafico & Coordinatore del Cnos-FAP sede di Bologna.

Federico Gozzi, attualmente, all’interno del Centro di Formazione Professionale di Bologna svolgo l’incarico di Coordinatore del Cnos-FAP sede di Bologna e Coordinatore del Settore Grafico del Cnos-FAP di Bologna.
Federico Gozzi, attualmente, all’interno del Centro di Formazione Professionale di Bologna svolgo l’incarico di Coordinatore del Cnos-FAP sede di Bologna e Coordinatore del Settore Grafico del Cnos-FAP di Bologna.

L’accento sulla formazione del cittadino, oltre quella mirata a formare competenze verticali e culturali, è stata riportata da tutti gli intervistati e si ricollega a quanto già emerso al convegno Enipg del maggio scorso (Italia Grafica, maggio 2015) dove fu detto che le richieste più frequenti esposte dalle aziende riguardano le competenze trasversali e «più umane» come lavorare in team, saper gestire in autonomia il proprio aggiornamento, saper condividere il proprio sapere con i colleghi.

Questo lavoro di educazione alla cittadinanza è più marcato nei primi tre anni di formazione, sia professionale che tecnica, per poi lasciare spazio negli anni successivi a un lavoro più focalizzato sulle competenze di settore anche se è bene ricordare che le continue evoluzioni nella comunicazione stanno generando molte variabilità e i profili in uscita sono innumerevoli. È evidente che la scuola non ha tempo sufficiente per trasferire tutte le competenze, ma deve avere come obiettivo quello di formare un individuo flessibile e aperto, capace di imparare da solo quello che non sa.

Trasferire le competenze necessarie

In un contesto così vario il rapporto scuola-azienda gioca un ruolo fondamentale. Questo è risultato evidente durante le interviste: sono infatti emerse differenze significative rispetto alle competenze tecniche espresse dal tessuto industriale a cui la scuola fa riferimento. L’approccio di «ascoltare» il mercato è a nostro avviso positivo perché favorisce l’inserimento dello studente nel mondo del lavoro.

L’offerta formativa secondo Enipg. Lo studente che oggi vuole intraprendere degli studi inerenti la grafica ha a disposizione una scelta articolata che può essere declinata a seconda della Regione di appartenenza. Oltre ai percorsi elencati in tabella esistono corsi di raccordo tra il quarto anno della formazione professionale e il diploma che abilita all’accesso all’Università.
L’offerta formativa secondo Enipg. Lo studente che oggi vuole intraprendere degli studi inerenti la grafica ha a disposizione una scelta articolata che può essere declinata a seconda della Regione di appartenenza. Oltre ai percorsi elencati in tabella esistono corsi di raccordo tra il quarto anno della formazione professionale e il diploma che abilita all’accesso all’Università.

«Le figure più richieste nel nostro territorio sono quelle di un operatore grafico polivalente, maggiormente indirizzato sulle piccola e media impresa che produce stampa digitale piccolo e grande formato, con una piccola (rispetto agli anni precedenti) richiesta di stampatori offset. L’Istruzione e Formazione Professionale è uno dei segmenti individuati dalla vigente legislazione per consentire l’assolvimento dell’obbligo scolastico. Spesso viene dipinto in modo contraddittorio: da porta di accesso privilegiata al mondo del lavoro a scuola di serie “B”; da incisivo argine alla dispersione scolastica a ghetto per chi non ce la fa in altri percorsi. In realtà, così come esiste la buona scuola e la cattiva scuola, esiste la buona formazione professionale e la cattiva formazione professionale. La nostra scuola sul territorio si è sempre contraddistinta per iniziative volte a coniugare esigenze formative e di educazione con quelle occupazionali» spiega Salvo Morana, docente della Scuola Grafica dei Salesiani di Palermo.

Salvatore Morana, docente presso la Scuola Grafica Salesiana di Palermo.
Salvatore Morana, docente presso la Scuola Grafica Salesiana di Palermo.

Marco Franceschini, giovane Coordinatore didattico Responsabile dell’Alta Formazione presso l’Istituto Pavoniano Artigianelli di Trento interviene dicendo che: «Il progetto formativo dell’Istituto è impostato su cinque anni, durante i quali si alternano metodologie didattiche differenti che hanno l’obiettivo di migliorare il livello di apprendimento degli studenti, non solo per quanto riguarda le competenze di settore ma anche in relazione alle competenze umane personali. La parte umanistica è importante e strategica in quanto permette di approfondire molti contenuti essenziali e sviluppare competenze fondamentali per la professione. Alcune discipline tecniche sono proposte in lingua inglese. La parte tecnica ha un forte impatto sull’impianto formativo e permette a tutti gli studenti di affrontare tutti gli aspetti della multicanalità, consentendo però a ciascuno, già dopo il primo anno, di specializzarsi in settori per poter essere appetibile sul mercato del lavoro. La disciplina “grafica multicanale” viene proposta in due modalità formative: a classe unita, per permettere di acquisire competenze in tutto il flusso di lavoro, e a piccoli gruppi per sviluppare progetti di alta qualità e dare l’opportunità a ciascun studente di specializzarsi in settori specifici, in linea con le proprie attitudini e lavorando in team con altri allievi, come i processi di stampa, il packaging, la fotografia, il video, le riviste digitali».

Marco Franceschini, Coordinatore didattico area grafica e comunicazione e Responsabile Alta Formazione.
Marco Franceschini, Coordinatore didattico area grafica e comunicazione e Responsabile Alta Formazione.

«La nostra scuola prevede due percorsi: istruzione tecnica e istruzione professionale, quest’ultima con la possibilità di ottenere, già al terzo anno, una qualifica regionale. Su un arco di tempo di cinque anni, per entrambi i percorsi ma con pesi diversi, riusciamo a formare tecnici dove la componente informatica e digitale è rilevante. La composizione e la progettazione editoriale e commerciale, il trattamento delle immagini, e più in generale tutta la prestampa digitale sono materie a cui dedichiamo molte ore di teoria e pratica in entrambi i percorsi. Nel settore ITI, inoltre, si approfondiscono anche le tematiche della comunicazione multimediale e multicanale come le app editoriali, l’audio-video e il Web-design, con particolare riferimento ai più moderni CMS, come Joomla e WordPress, oggi molto richiesti sul mercato», Roberto Zambelloni, docente di Laboratorio Grafico all’istituto Silvio d’Arzo di Sant’Iliario d’Enza.

Roberto Zambelloni, Docente di Laboratorio Grafico presso Istituto Superiore Silvio D’Arzo - Sant’Ilario d’Enza (RE).
Roberto Zambelloni, Docente di Laboratorio Grafico presso Istituto Superiore Silvio D’Arzo – Sant’Ilario d’Enza (RE).

Anna Borando, Dirigente scolastico dell’Istituto Galileo Galilei di Milano parla di forma mentis, più che di “istruzione e basta”: «Nel nostro percorso noi prestiamo grande attenzione alla progettazione grafica orientata al Web poiché le richieste che ci arrivano dal mercato sono queste. Per esempio la gestione dei social media è una competenza molto richiesta e noi cerchiamo di integrare l’insegnamento delle materie grafiche di base proprio con queste, più specifiche e legate al momento storico tenendo sempre il focus su questo punto: operare nel settore della comunicazione e della grafica richiede uno studio per tutta la vita, un aggiornamento continuo

Annamaria Borando, dirigente Scolastico dell’IIS G.Galilei - R.Luxemburg di Milano.
Annamaria Borando, dirigente Scolastico dell’IIS G.Galilei – R.Luxemburg di Milano.

Il rapporto con le aziende

Come già detto nel contesto di mercato attuale la scuola deve avvicinarsi il più possibile al mondo aziendale con l’obiettivo di individuare i percorsi didattici più idonei a creare occupazione. In questo senso va anche la riforma della «Buona scuola» di recente approvata. Gli stage o tirocini formativi, resi ora obbligatori per tutte le scuole, rappresentano un’opportunità per affacciarsi al mondo del lavoro permettendo agli studenti di apprendere tecnologie non presenti nel contesto scolastico. La pianificazione delle attività correlate allo svolgimento dei tirocini è un processo complesso che richiede un’attenta fase di progettazione, l’attivazione di figure dedicate allo scopo, il monitoraggio e la valutazione finale. «Il rapporto con le aziende è reso costante e sistematico attraverso la costituzione di un Comitato Tecnico Scientifico, composto da rappresentanti dell’Istituto, dell’Enipg, del mondo del lavoro e delle Associazioni di categoria, con il compito di co-progettare il percorso in alternanza, individuando modalità di integrazione efficaci tra scuola e tessuto imprenditoriale, definire le attività e le prestazioni richieste ai discenti, a scuola e in azienda, verificare la congruità delle azioni previste, in relazione al curriculum» Maria Teresa Bertoglio, Referente Alternanza Scuola/Lavoro e rapporti con le Aziende per l’I.I.S. Carlo Urbani di Acilia (RM).

Maria Teresa Bertoglio al momento si occupa di Alternanza Scuola/Lavoro, curando i rapporti con il M.d.L., e di Mobilità europea, in seno al  progetto Erasmus+.
Maria Teresa Bertoglio al momento si occupa di Alternanza Scuola/Lavoro, curando i rapporti con il M.d.L., e di Mobilità europea, in seno al progetto Erasmus+.

Nel percorso triennale della Scuola Grafica dei Salesiani di Palermo le classi che vengono coinvolte nello stage sono prevalentemente le seconde e le terze per una attività complessiva 156 ore distribuite in cinque settimane di cinque  giorni lavorativi di sei ore di tirocinio, spiega Salvo Morana: «Il tutor, dopo aver preso contatti con le aziende presenti nel territorio di Palermo e provincia e ricevuta la loro disponibilità, stipula la convenzione secondo le normative vigenti a tutela dell’allievo-ente-azienda. A questa fase di preparazione della documentazione necessaria segue la visita in azienda del tutor per la firma della convenzione da parte del titolare o responsabile aziendale. I meccanismi di controllo attivati dalla struttura formativa attraverso il tutor prevalentemente si basano sul monitoraggio continuo con visite periodiche giornaliere durante le settimane di attività che vengono alternate a contatti telefonici per seguire i ragazzi dal punto di vista presenze, puntualità, rispetto delle attrezzature e collaborazione fattiva rilevando eventuali problematiche che si dovessero presentare in itinere e valutando in termini di formazione umana e professionale la ricaduta sugli allievi.»  L’Istituto Galileo Galilei di Milano ha regolamentato il periodo di tirocinio con un disciplinare creato dalla scuola e condiviso con l’azienda: in esso sono stabiliti tempi, modalità di svolgimento e criteri di valutazione. «Il progetto formativo ritagliato sulle capacità di ogni studente nasce quindi dal confronto scuola-azienda. Ogni studente ha il proprio tutor che lo segue lungo tutto il periodo in azienda. Per ogni tirocinante la scuola appronta una scheda suddivisa in tre parti che serve a valutare il comportamento dello studente sul lavoro, la qualità della prestazione e il raggiungimento degli obiettivi. La valutazione genera un voto che mediante una tabella di conversione viene tramutata in un voto in decimi che fa media con il voto di una delle materie di studio» spiega Anna Borando, dirigente scolastico.

Attenzione al packaging

Il buon andamento del settore del packaging offre un ritorno in termini occupazionali a cui la scuola sta guardando con attenzione. Certo non è facile attivare percorsi didattici sull’argomento poiché anche i docenti devono maturare competenze specifiche nel settore prima di insegnarle. Comunque molte scuole hanno già intrapreso il cammino di avvicinamento riservando spazio alle materie correlate, essenzialmente prestampa e gestione della commessa, nelle ore di laboratorio e progettazione grafica. Il passo successivo molto importante sarà quello di inserire materie inerenti la progettazione del pack che richiedono oltre a docenti opportunamente formati, una strumentazione hardware e software adeguata. Il concorso YouPack… l’imballaggio sostenibile del futuro? promosso nel 2014 da Giflex e da Enipg ha contribuito a creare attenzione sul tema e a sensibilizzare studenti e professori rispetto anche ad altri aspetti come la sostenibilità, il riciclo e lo smaltimento consapevole.
«Noi dedichiamo negli ultimi due anni circa il 30% del percorso formativo al tema del packaging; in particolare progettazione e realizzazione delle fustelle, sia per ciò che concerne le lezioni teoriche, che per quanto riguarda le esercitazioni di laboratorio» ha detto Maria Teresa Bertoglio.
Reggio Emilia è un distretto industriale importante, e la scuola non può certo non tenerne conto, come spiega Roberto Zambelloni: «la crisi c’è stata ma le aziende hanno continuato a richiedere operatori specializzati in grafica. Il packaging è uno dei settori più vitali e da tempo abbiamo iniziato dei percorsi didattici di avvicinamento alla tematica. Nei preventivi dedichiamo spazio alla materia e nelle ore di laboratorio con i software creiamo la grafica con cui vestire il pack. La nostra intenzione è di dotarci, quanto prima, di programmi e attrezzature specifiche per iniziare a fare anche progettazione, ma non è facile poiché sarà necessario ampliare i laboratori, formare gli insegnanti e soprattutto trovare i fondi, tutte cose oggi sempre più difficili nella scuola pubblica».

Il ruolo dell’ITS

Dopo il conseguimento del diploma allo studente di grafica si aprono tre scenari per continuare a studiare in Italia: l’università, i corsi a mercato promossi da enti di vario tipo, e gli Istituti Tecnici Superiori (ITS), un percorso di alta specializzazione in grafica e comunicazione della durata di due anni. Voluti dal Miur, sono delle Fondazioni a cui partecipano scuole, enti di formazione, imprese, università e centri di ricerca ed enti locali.  Gli ITS, è bene sottolineare, non sono un mero prolungamento del sesto e settimo anno della scuola superiore ma bensì corsi professionalizzanti di alta specializzazione tecnica realizzati secondo i modelli internazionali più avanzati (le Supsi svizzere, le IUT francesi e le Fachhochschule tedesche) che vogliono costruire le competenze richieste dalle imprese e dal mondo del lavoro sia pubblico che privato.
Sono quindi una valida alternativa all’università con un percorso più breve e con un focus molto più pratico e orientato al soddisfacimento delle esigenze espresse dal mercato; ed è forse questa una delle caratteristiche più importanti dell’ITS che ha nel proprio dna l’attenzione al mondo del lavoro con l’obiettivo di creare un profilo professionale di alto livello e allo stesso tempo aderente alle esigenze del territorio.
«Il nostro percorso trasferisce le competenze tecniche e tecnologiche per pianificare e gestire le attività di comunicazione di un’azienda con un’attenzione particolare ai media e ai canali digitali. I principali destinatari di questa figura professionale sono le imprese per le quali, attualmente, comunicare è condizione necessaria per esistere. Fra i principali sbocchi occupazionali, pertanto, si individuano le organizzazioni aziendali con una struttura interna di marketing e management; ma anche le agenzie di comunicazione e di pubblicità e tutte le imprese creative che necessitino di inserire al proprio interno profili tecnico-strategici. Noi vogliamo formare un profilo in uscita che abbia la capacità d indirizzare la comunicazione dell’azienda che sappia partecipare all’impostazione di una strategia. La durata del nostro percorso è di 1.800 ore di cui 1.115 ore di aula/laboratorio (la metodologia didattica è molto interattiva: lezioni frontali, ma soprattutto esercitazioni, analisi di casi, visite guidate, simulazioni), 55 ore di project work (gli studenti realizzano progetti “veri” sulla base di input dati da imprenditori), 630 ore di stage. Il 70% dei docenti è rappresentato da imprenditori del settore e liberi professionisti che portano all’interno del corso i contenuti reali richiesti dalle imprese, e dei feedback delle aziende in cui si svolgono gli stage: siamo in grado di cogliere in tempo reale i cambiamenti del settore e di proporre quindi integrazioni e modifiche al piano didattico (coerentemente con le linee guida ministeriali e con l’articolazione del percorso)» ci ha raccontato Morena Sartori, direttore Fitstic (Fondazione Istituto Tecnico Superiore Tecnologie Industrie Creative) di Cesena.

Morena Sartori, direttrice della fondazione Fitstic.
Morena Sartori, direttrice della fondazione Fitstic.

L’Alta Formazione in Trentino prevede 600 ore di praticantato per ciascuno dei due anni permettendo di realizzare progetti significativi, anche orientati alla ricerca e all’innovazione. Gli studenti sono «guidati» da un progetto formativo e sono molto seguiti dallo staff di docenti che in collaborazione con il tutor aziendale monitorano l’andamento del tirocinio. La Provincia autonoma di Trento è titolare del corso e per questa ragione ha istituito un comitato scientifico che, in collaborazione con il comitato tecnico, ha il compito di dettare le linee guida del percorso formalizzate nel referenziale professionale. «Ogni biennio è differente dal precedente e il profilo in uscita viene concordato assieme alle aziende di settore che pongono una particolare attenzione alle richieste del mercato del lavoro. Il progetto didattico viene quindi strutturato, sia a livello metodologico che di contenuti, assieme a professionisti dei diversi settori di riferimento», Marco Franceschini.
Gli iscritti a questi percorsi post-diploma sono in massima parte provenienti da scuole grafiche, come indicato dal Miur, ma esiste una quota rilevante di studenti con percorsi di studio differenti. Questa è un’ulteriore sfida per chi ha il compito di seguire gli studenti lungo i percorsi didattici previsti che viene affrontata mediante attività formative di supporto specifiche e tutoraggi mirati.

La riforma della «Buona scuola»
Il 9 luglio 2015 la Camera ha approvato la Legge 13 luglio 2015, n. 107, detta «La Buona Scuola». La legge contiene diverse novità suddivise su più ambiti; tra questa la disposizione che istituisce l’alternanza scuola-lavoro è di particolare interesse poiché stabilisce le modalità con cui il mondo della scuola deve interfacciarci con il mondo aziendale.
Negli scopo della Legge l’alternanza scuola-lavoro è il mezzo con cui integrare le conoscenze di base dello studente con quelle competenze indispensabili a inserirsi nel mercato del lavoro. In questo modo alle ore di studio e di formazione in aula si affiancheranno le ore trascorse all’interno delle aziende che costituiranno un’esperienza «sul campo» contribuendo a colmare il gap «formativo» tra mondo del lavoro e mondo scolastico in termini di competenze e preparazione. Uno scollamento che spesso ha caratterizzato il sistema italiano contribuendo a rendere più difficile l’inserimento lavorativo una volta terminato il ciclo di studi.

Fonte: https://passodopopasso.italia.it/Web/temi/scuola
Fonte: https://passodopopasso.italia.it/Web/temi/scuola

Università e master
L’offerta formativa di livello universitario nel settore della grafica è molto vario e per questo è difficile incasellarlo in modo semplice. Se prendiamo in esame solo Milano troviamo ben sei università (Naba, IED, Iulm, Politecnico di Milano, Università Cattolica, Università Statale Bicocca) in grado di proporre percorsi che hanno relazione con il tema ma propongono declinazioni molto diverse che spaziano dalla comunicazione alla psicologia, dal design del prodotto alla modellazione 3D, dal video alla grafica multimediale.
Questa varietà e ricchezza di offerta è presente in tutto il territorio nazionale dove molte università si sono date dei percorsi in cui la grafica è materia di insegnamento ma in forma diversa rispetto a quello che un’azienda del settore si potrebbe aspettare. In questo articolo abbiamo quindi deciso di restringere il campo di analisi orientandoci su due realtà: l’Isia di Faenza e l’università di Parma. Entrambe le realtà ci hanno detto che tra gli iscritti predominano studenti provenienti da percorsi di studio differenti da quello grafico. Questo dato è molto interessante poiché da un alto conferma il grande appeal che il settore esercita ma, dall’altro, pone in evidenza l’esigenza di attivare corsi di riallineamento sul tema della grafica che, invece, dovrebbe essere un prerequisito.

«Il nostro è un istituto principalmente incentrato sul design di prodotto», ci ha detto Roberto Ossani, direttore dell’Isia, Istituto Superiore per le Industrie Artistiche «che rilascia diplomi accademici di primo e secondo livello, equiparati alle corrispondenti lauree. All’interno del piano degli studi vi sono anche diversi corsi di Comunicazione e Graphic Design, e l’argomento del Packaging Design è stato visto come un punto d’incontro fra prodotto e comunicazione e fra prodotto e mercato. È con questo scopo che all’interno del nostro piano studi esiste un corso di Packaging Design e un corso di Tecnologia di stampa. Intratteniamo relazioni da anni con il Master di Branding & Packaging della Luca School of Arts di Gent (Belgio), attraverso il quale organizziamo workshop e seminari sullo stesso argomento. Nonostante la crisi, gli Isia continuano a godere di ottime performance occupazionali. A un anno dal conseguimento del titolo di studio, i laureati di II livello del 2014 hanno trovato lavoro nella misura del 93%. Di questi, circa il 42% in ambito di progettazione grafica, e il 33% in ambito di design di prodotto. Attualmente abbiamo relazioni con più di 50 imprese, e in particolare stiamo incentivando il Placement, che è un periodo di lavoro all’estero, finanziato dalla Comunità Europea nell’ambito del progetto Erasmus+. Proprio per gestire al meglio questi aspetti al nostro interno operano un Coordinatore dei rapporti con le imprese e un Coordinatore per i progetti Erasmus+.»

«L’obiettivo più difficile, in periodi di trasformazioni sempre più veloci, è quello di immaginare quali saranno le professioni legate al design fra cinque o fra dieci anni». Roberto Ossani, Direttore ISIA di Faenza. Fotografia di Raffaele Tassinari.
«L’obiettivo più difficile, in periodi di trasformazioni sempre più veloci, è quello di immaginare quali saranno le professioni legate al design fra cinque o fra dieci anni». Roberto Ossani, Direttore dell’Isia di Faenza. Fotografia di Raffaele Tassinari.

Nel 2016 prenderà il via un’altra edizione del Master Universitario di I livello, istituito dall’Università degli Studi di Parma e promosso dal Dipartimento di Chimica. Durerà un anno e servirà a dare una risposta concreta alle esigenze del settore del confezionamento alimentare, cosmetico e farmaceutico. «Per progettare packaging ci vogliono tante competenze. La figura che vogliamo costruire», ci ha detto Giovanni Brunazzi, docente al Master «sarà in grado di progettare gli imballaggi valutandone anche gli aspetti normativi ed economici con un’attenzione sempre maggiore al recupero degli imballaggi e all’ambiente. Avrà nozioni di logistica, di controllo di qualità, di marketing, di comunicazione e delle legislazioni connesse. Insegnerà a conoscere i materiali e i prodotti da confezionare, le loro possibili incompatibilità e resistenza alle aggressioni chimiche. Gli studenti che escono dal nostro master avranno l’opportunità di collocarsi in tre differenti contesti aziendali che fanno parte della filiera: nelle aziende che usano il packaging per contenere il prodotto, presso gli stampatori, nelle imprese che progettano il packging. Per rendere possibile tutto questo la nostra università parla con tutte e tre le realtà e ha uno stretto rapporto con Giflex, l’associazione che raggruppa i produttori di imballaggi flessibili stampati in rotocalco e in flessografia. Per l’ammissione al master è richiesta una laurea tra queste discipline: Agrario, Architettura, Farmaceutico, Economico-Statistico, Geo-Biologico, Ingegneria, Psicologico, Scientifico. Al termine delle lezioni è previsto uno stage aziendale.»

Giovanni Brunazzi, docente di Design e Comunicazione al Master in Packaging dell’Università degli Studi di Parma.
Giovanni Brunazzi, docente di Design e Comunicazione al Master in Packaging dell’Università degli Studi di Parma.

Le certificazioni e i marchi ecologici e a difesa dell’ambiente

La pagina stampata, in quanto risultato di un processo produttivo complesso, ha un impatto ambientale che dipende dalle emissioni di anidride carbonica e dal consumo di energia dei macchinari utilizzati per la stampa, dall’eventuale tossicità degli inchiostri o solventi usati e dalla tipologia di carta adottata. Il primo obiettivo di un’azienda, quindi anche del settore grafico, che intenda avere un approccio eco-sostenibile è quello di tenere sotto controllo tutte le variabili che concorrono a danneggiare l’ambiente, il luogo di lavoro e la salute dei dipendenti. Si può fare attraverso vari strumenti, quali i sistemi di misurazione dei consumi energetici e delle emissioni di gas serra (carbon footprint), le materie prime nonché i consumabili ecocompatibili. Sono importanti anche le etichette ecologiche e le certificazioni ambientali e di prodotto.

La materia è ampia: per fare il punto abbiamo riunito qui alcune tra le più importanti certificazioni…

Tra le certificazioni definibili più «generiche», la ISO 14001 (Certificazione di sistema ambientale) è lo standard utilizzato per dimostrare che l’organizzazione ha in atto un sistema di gestione, monitoraggio e continuo miglioramento delle proprie performance ambientali che permette di ridurre l’impatto sull’ambiente e i costi di gestione. Lo scorso 15 settembre è stata pubblicata la nuova versione, la ISO 14001:2015. Tra i cambiamenti più importanti una maggiore responsabilità della leadership dell’azienda nonché la dimostrazione di come sono gestiti i rischi ambientali e le opportunità significative nell’ambito della catena di approvvigionamento. Inoltre si punta al miglioramento dell’efficienza ambientale piuttosto che al solo sistema di gestione. L’EMS – Environmental Management System (Sistema di Gestione Ambientale) deve essere basato sull’identificazione degli aspetti ambientali applicabili alle attività, prodotti e servizi diretti dell’organizzazione e di quelli sui quali può esercitare un’influenza (aspetti indiretti), e sulla determinazione della loro significatività.

Certificazioni per la carta

Ecolabel

L’Ecolabel UE è un marchio – riconoscibile dal logo del fiore – volontario di qualità ecologica che attesta che un prodotto o servizio sia stato realizzato, in tutto il suo ciclo di vita, con attenzione anche dal punto di vista dell’ambiente secondo il regolamento CE n. 66/2010. Per ognuno sono presi in considerazione i principali aspetti ambientali (qualità dell’aria e dell’acqua, protezione dei suoli, riduzione dei rifiuti, risparmio energetico, gestione delle risorse naturali, protezione della fascia di ozono, impatto sulla biodiversità). La Commissione Europea ha istituito un comitato dell’UE per il marchio di qualità ecologica (Cueme) composto dai rappresentanti degli organismi competenti di tutti gli Stati membri e dai rappresentanti delle altre parti interessate. Questo ha il compito di revisionare i criteri Ecolabel UE, identificare nuovi possibili prodotti, sensibilizzare e promuovere la diffusione del sistema. L’insieme delle attività viene svolta con la partecipazione equilibrata di tutte le parti interessate per ciascun gruppo di prodotti, quali gli organismi competenti, i produttori, i fabbricanti, gli importatori, i fornitori di servizi, i grossisti, i dettaglianti, in particolare le PMI, le organizzazioni ambientaliste e le associazioni dei consumatori. Il marchio è rilasciato dal Comitato Ecolabel-Ecoaudit e tra le tipologie di prodotti che lo possono acquisire ci sono la carta da giornale, per copie e grafica nonché stampata e i prodotti di carta trasformata.

Nonostante nella Comunità Europea siano in vigore da anni marcature ambientali volontarie (per esempio Ecolabel), alcuni paesi membri, come Germania, Francia e Belgio, sono diventati molto rigorosi per quanto riguarda l’ingresso di prodotti nei propri mercati. Sul fronte di materiali a base cellulosa, quali la carta, è sempre più spesso necessario che, soprattutto per soddisfare i requisiti richiesti dalla grande distribuzione nordeuropea, siano certificati Blue Angel (Blaue Engel in tedesco). La certificazione governativa tedesca, nata nel 1978, viene concessa in uso dall’ente RAL controllato dall’agenzia federale per l’ambiente. Il marchio identifica i servizi e i prodotti ecologici che rispettano rigorosi criteri dal punto di vista ambientale: basso consumo di acqua nelle diverse fasi di produzione, l’utilizzo di materie prime prodotte in modo sostenibile, l’impiego oculato di risorse nella fase d’uso o in quella di smaltimento, l’assenza di effetti nocivi sulla salute e sull’ambiente nonché facilità di riciclo.

nordic ecolabel logo

Nordic Ecolabel, anche conosciuto come Nordic Swan o Swan Label, è il marchio ufficiale di certificazione ambientale dei paesi scandinavi ed è stato creato nel 1989 dal Nordic Council of Ministers. La versione 4.1 (22 giugno 2011 – 30 giugno 2016), che riguarda la carta per copie e stampa, valuta ogni fase del ciclo di vita e stabilisce standard ambientali molto rigorosi. Questo significa che il prodotto è ottenuto utilizzando materie prime certificate, limitando l’uso di sostanze chimiche dannose per l’ambiente, con basse emissioni e riducendo il consumo energetico e di acqua. Il Nordic Ecolabel è il più conosciuto e accreditato nei paesi nordici tant’è che ha una diffusione di oltre il 90 per cento in Danimarca, Norvegia e Svezia, dell’88% in Finlandia e del 73% in Islanda. È quindi un’importante certificazione per chi vuole produrre o esportare in questi stati, ed è comunque riconosciuta a livello internazionale.

Fino a qualche anno fa per sbiancare la carta si utilizzava esclusivamente il cloro, un processo che contribuisce pesantemente a inquinare l’acqua. Per ovviare a questo problema si è arrivati alla produzione senza farne uso e ci sono tre marchi ecologici di prodotto che lo attestano. Il Processed Chlorine Free (PCF) si riferisce alla carta riciclata senza agenti sbiancanti clorurati, preferendo il perossido di idrogeno oppure l’ozono, il Totally Chlorine Free (TCF) è attribuito a quella vergine prodotta senza cloro, mentre l’Elemental Chlorine Free (ECF) indica che non è stato usato il cloro elementare, come il biossido di cloro, che produce diossina.

Marchi FSC e Pefc

FSC (Forest Stewardship Council) è un’organizzazione internazionale non governativa, indipendente e senza scopo di lucro, nata nel 1993 per promuovere la gestione, rispettosa dell’ambiente, socialmente utile ed economicamente sostenibile, di foreste e piantagioni. Include tra i suoi membri (circa 900) organizzazioni non governative, gruppi ambientalisti (WWF, Greenpeace) e sociali, proprietari forestali, industrie che commerciano e lavorano il legno e la carta, gruppi della grande distribuzione organizzata, ricercatori e tecnici. FSC rilascia tre tipi di certificazioni. La Gestione Forestale (Forest Management, FM) assicura che una foresta o una piantagione siano gestite nel rispetto di rigorosi standard ambientali sociali ed economici: per esempio, comprendono la protezione della qualità dell’acqua, vietano il taglio di foreste antiche, prevengono la perdita della naturale copertura forestale e proibiscono l’uso di prodotti chimici altamente tossici. La certificazione di Catena di Custodia (Chain of Custody, CoC) garantisce la rintracciabilità dei materiali provenienti da foreste certificate FSC ed è indispensabile per poter applicare le etichette FSC sui prodotti di origine forestale, a partire dal legno fino a quelli a base legno o da esso derivati, come la pasta di cellulosa e la carta (per stampa, tissue, da ufficio e così via). La certificazione è volontaria, ma sono tenute a farlo tutte le organizzazioni che acquisiscono la proprietà di materiali o prodotti certificati, svolgono attività quali la vendita di prodotti FSC o vi applicano etichette con questo marchio oppure manipolano o trasformano prodotti certificati FSC (produzione, stampa, confezionamento, aggiunta di componenti di natura forestale). La terza è quella del Legno Controllato, ovvero un materiale che può essere mescolato con quello certificato durante la realizzazione di prodotti etichettati come FSC Misto.

Sempre in tema di materia prima legnosa per carta e prodotti in legno derivati da foreste gestite in maniera sostenibile, c’è anche la certificazione Pefc (Pan European Forestry Certification). Si pone come alternativa ai sistemi di certificazione esistenti, primo fra tutti l’FSC, soprattutto nel caso di proprietà forestali di piccole dimensioni. Lo schema di certificazione in Europa è fondato su tre principi fondamentali: il rispetto dei criteri e degli indicatori definiti nelle Conferenze Ministeriali per la protezione delle foreste europee (Helsinki 1993, Lisbona 1998) che hanno dato avvio al cosiddetto «Processo pan-europeo», l’applicazione a livello regionale o di gruppo (anche se è possibile un’adesione individuale), le verifiche ispettive e la certificazione affidate a una terza parte indipendente e accreditata.

Inchiostri ecologici

La certificazione Greenguard è rilasciata da UL Environment, una business unit di UL (Underwriters Laboratories), ai produttori che realizzano materiali per interni, nello specifico gli inchiostri da stampa, con basse emissioni di sostanze chimiche, migliorando la qualità dell’aria negli ambienti in cui vengono utilizzati. In particolare la Greenguard Gold Certification prevede criteri di certificazione in conformità con la norma CA 01350 e garantisce che gli inchiostri rispettino i severi standard UL sulle basse emissioni di VOC (composti organici volatili). L’utilizzo di questi prodotti assicura il contributo alla creazione di ambienti interni più sani, riduce l’inquinamento dell’aria e i rischi a esposizioni chimiche.

L’Associazione Internazionale Oeko-Tex, a cui appartengono 16 istituti di ricerca e controllo nel campo tessile in Europa e Giappone, con agenzie di rappresentanza e uffici di contatto in oltre 60 paesi in tutto il mondo, è responsabile delle analisi indipendenti per la ricerca di sostanze nocive secondo l’Oeko-Tex Standard 100. Questa certificazione, importante soprattutto per i produttori tessili, assicura che gli inchiostri non siano nocivi se entrano in contatto con la pelle.

Gli inchiostri possono essere anche certificati Nordic Ecolabel (si rimanda al paragrafo «Certificazioni per la carta»).

Jobs act: com’è cambiato il mondo del lavoro

court gavel and computer mouse, on white

 

A qualche mese dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del Decreto Legislativo n. 23 del 4 marzo 2015 recante disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, abbiamo chiesto a un avvocato di descriverci quali siano le novità più importanti…

In breve, con il Jobs Act il legislatore ha riformato profondamente il mondo del lavoro sia sotto il profilo delle assunzioni sia dei contratti di lavoro. La riforma ha opportunamente stabilito la centralità del contratto a tempo indeterminato, oltre ad aver semplificato i contratti a termine, rendendo tale forma contrattuale molto vantaggiosa per le imprese.

Il Decreto è entrato in vigore dal 7 marzo 2015 e si applica esclusivamente:

  • ai lavoratori assunti a tempo indeterminato dal 7 marzo 2015;
  • ai lavoratori che dal 7 marzo 2015 hanno avuto trasformato il contratto di lavoro da tempo determinato a tempo indeterminato;
  • agli apprendistati che sono stati qualificati dal 7 marzo 2015.

Ai rapporti di lavoro già in essere alla data di entrata in vigore del presente decreto legislativo continuerà a essere applicata la disciplina precedente prevista dalla Riforma Fornero.

Pertanto, nella stessa azienda, potranno essere presenti lavoratori soggetti al nuovo regime perché assunti, trasformati o qualificati dal 7 marzo 2015 in poi e lavoratori soggetti al vecchio regime in quanto assunti prima di tale data.

Il nuovo regime troverà applicazione anche nei confronti dei lavoratori che, benché assunti a tempo indeterminato prima dell’entrata in vigore del presente decreto, prestino la propria attività presso un datore di lavoro, che dopo il 7 marzo 2015, attraverso successive assunzioni a tempo indeterminato, superi i 15 dipendenti.

In questo caso il contratto a tutele crescenti sarà obbligatoriamente applicabile a tutti i lavoratori presenti in azienda, indipendentemente dalla data di assunzione.

La nuova disciplina si applica anche ai datori di lavoro non imprenditori, che svolgono senza fine di lucro attività di natura politica, sindacale, culturale, di istruzione ovvero di religione o di culto.

Il decreto introduce un nuovo regime di tutela per i casi di licenziamento illegittimo che, oltre a rendere più snello il percorso di uscita del lavoratore dall’azienda, toglie la discrezionalità al giudice (che non potrà più sindacare la proporzionalità del licenziamento per giusta causa o giustificato motivo soggettivo) riconoscendo un indennizzo economico di importo prevedibile (due mensilità) e crescente in funzione dell’anzianità di servizio (due mensilità per ogni anno di lavoro, ma con un minimo di quattro e un massimo di ventiquattro).

La forma contrattuale risulta molto vantaggiosa per le imprese: da un lato attraverso un’importante decontribuzione e, cioè uno sconto sui contributi sociali che il datore di lavoro deve pagare fino a 8.000 euro e dall’altro attraverso una semplificazione delle norme sui licenziamenti.

Le uniche fattispecie che possono portare alla reintegra, come disciplinata dalla previgente normativa, del lavoratore riguardano:

  • il licenziamento discriminatorio (determinato da ragioni di credo politico o fede religiosa, dall’appartenenza a un sindacato, dalla partecipazione ad attività sindacali o a uno sciopero, nonché discriminazione razziale, di lingua o di sesso, di handicap, di età o basata sull’orientamento sessuale o sulle convinzioni personali);
  • il licenziamento intimato durante i periodi di tutela (primo anno di matrimonio, durante la maternità e fino al compimento di un anno di età del bambino, per fruizione dei congedi parentali);
  • il licenziamento per motivo illecito (ex art. 1345 c.c.);
  • il licenziamento intimato in forma orale.

Nei casi suesposti, prescindendo dalle dimensioni aziendali, il datore di lavoro verrà condannato alla reintegra del lavoratore e al riconoscimento di un’indennità commisurata all’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto, dalla data del licenziamento alla data dell’effettiva reintegra, comprensiva del versamento dei contributi previdenziali e assistenziali.

Comunque, la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a un minimo di cinque mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR.

Si evidenzia come in tale tipologia di illegittimità del licenziamento, la disciplina applicabile è la stessa della Legge Fornero, quindi, in questo caso, non ci saranno differenze fra i lavoratori assunti prima della vigenza del presente decreto legislativo e quelli assunti dopo, né tantomeno in funzione dei limiti dimensionali dell’azienda.

Fermo restando il diritto al risarcimento del danno di cui sopra, il lavoratore ha facoltà (opting out unilaterale) di richiedere al datore di lavoro, in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un’indennità pari a 15 mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR, non soggetta a contribuzione previdenziale. Tale richiesta deve essere effettuata entro 30 giorni dalla comunicazione del deposito della pronuncia o dell’invito del datore di lavoro a riprendere servizio, se precedente.

In tutti i casi di licenziamento, che ricadono nel campo di applicazione della nuova disciplina, è prevista la possibilità di evitare il ricorso al giudice optando per la conciliazione stragiudiziale in sede protetta.

Il datore di lavoro offre al lavoratore, entro 60 giorni dalla ricezione della lettera di licenziamento, un importo, che non costituisce reddito imponibile ai fini Irpef e non è assoggettato a contribuzione previdenziale, con corresponsione immediata, mediante assegno circolare, pari a una mensilità della retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR per ogni anno di servizio, in misura comunque non inferiore a due e non superiore a 18 mensilità.

In tutti i casi di licenziamento, che ricadono nel campo di applicazione della nuova disciplina, è prevista la possibilità di evitare il ricorso al giudice optando per la conciliazione stragiudiziale in sede protetta.

Mutamento unilaterale delle mansioni

La riforma introduce significative modifiche anche all’art. 2103 del c.c. che riguarda il diritto del lavoratore a svolgere le mansioni per cui è stato assunto o quelle equivalenti. Prima del Jobs Act nessuno poteva essere adibito a mansioni inferiori senza il consenso del lavoratore. A seguito della riforma, invece, viene previsto che in caso di crisi aziendale o di necessità di riorganizzare l’impresa, il datore di lavoro potrà infatti unilateralmente assegnare al dipendente una diversa mansione che non dovrà più essere «equivalente», come prevedeva prima la legge, ma semplicemente «riconducibile» alla precedente. Il nuovo incarico potrà dunque essere anche di fatto un de-mansionamento di un livello contrattuale, ma sempre all’interno della stessa categoria di inquadramento (operaio, impiegato, quadro). Da evidenziare che anche in caso di de-mansionamento la retribuzione dovrà restare invariata come quella prevista le precedenti mansioni. Nel caso di lavoratori part-time il datore di lavoro potrà chiedere una prestazione supplementare purché non superiore al 15% delle ore di lavoro contrattualmente previste.

Più lunghi i congedi parentali

Con la dichiarata finalità di favorire la possibilità di conciliare famiglia e lavoro, il Jobs Act, ha incrementato i periodi in cui è possibile godere dei congedi parentali. In aggiunta ai periodi di astensione obbligatoria, la riforma prevede il congedo pagato al 30% fino ai sei anni del bambino (prima era tre anni) e quello non retribuito (e non in casi particolari) fino ai 12 anni (prima otto anni). Sarà inoltre possibile godere di questi periodi di astensione anche frazionati a ore (tuttavia, al riguardo, occorrerà attendere che l’Inps renda operativa la norma). Tutti i trattamenti sono equiparati tra genitori naturali e adottivi.

Controlli a distanza non più vietati

Cambia anche la normativa riguardo ai controlli a distanza, finora completamente proibiti dallo Statuto dei lavoratori. Sotto tale profilo la tutela del lavoratore appare decisamente attenuata e a prevalere sono senz’altro le ragioni dell’impresa e della produttività. Infatti, se anche attualmente sarà vietato «spiare» i dipendenti attraverso telecamere o altri mezzi che possano violare la privacy del lavoratore, tuttavia all’imprenditore sarà possibile controllare – anche senza preventivo accordo con i sindacati – i mezzi di produzione forniti ai lavoratori come personal computer, smartphone, tablet eccetera. Quindi, anche se continua a essere vietato per il datore di lavoro leggere la posta del dipendente, di fatto però, l’azienda potrà sempre controllare la produttività del lavoratore e se utilizza in maniera impropria lo strumento di lavoro. Come si legge nella delega al riguardo «vanno contemperate le esigenze produttive dell’impresa con la tutela della dignità e riservatezza del lavoratore».

Minore durata dei periodi di disoccupazione

In caso di difficoltà dell’impresa, non sarà più possibile finire in cassa integrazione per lunghissimi periodi, anche sei-sette anni, come avvenuto in passato, né ricorrervi per le aziende che cessano l’attività. La nuova Cig, infatti, sarà al massimo di 24 mesi in un periodo mobile di cinque anni. Se però prima di ricorrere alla cassa integrazione l’azienda utilizza i contratti di solidarietà, allora il periodo può essere elevato a 36 mesi. Scompare anche la «Cassa in deroga» che era finanziata solo dal fisco, ma la Cig ordinaria viene estesa pure alle aziende con più di cinque dipendenti. Cambia anche il costo per le aziende: quelle che vi ricorrono più frequentemente dovranno pagare un’aliquota maggiorata, quelle che la utilizzano meno godranno di uno sconto.

Nuova assicurazione sociale per l’impiego

Per chi perde il lavoro è previsto un nuovo assegno universale di disoccupazione che avrà una durata di due anni al termine dei quali sarà possibile avere una proroga al sostegno. La Naspi (Nuova assicurazione sociale per l’impiego) riguarderà tutti i lavoratori dipendenti che abbiano perso l’impiego e che hanno cumulato almeno 13 settimane di contribuzione negli ultimi quattro anni di lavoro e almeno 18 giornate effettive di lavoro negli ultimi 12 mesi. L’ammontare dell’indennità è commisurato alla retribuzione e non può eccedere i 1.300 euro. Dopo i primi quattro mesi di pagamento, la Naspi viene ridotta del 3% al mese e la durata prevista è di un numero di settimane pari alla metà di quelle contributive degli ultimi quattro anni di lavoro. Il nuovo sistema sarà meno favorevole, rispetto a quello attuale, per i lavoratori stagionali perché per chi lavora per esempio sei mesi ne prevede solo tre di sussidio. Per quest’anno, però si procederà con una copertura più ampia.

Contratto di ricollocamento

La parte più innovativa, ma anche la più difficile da realizzare, è quella che riguarda le politiche attive e il tentativo di farsi carico di chi un lavoro lo perde o non l’ha mai avuto. Nasce per questo il contratto di ricollocamento. Prevede che il lavoratore divenuto disoccupato sia preso in carico da un ufficio del lavoro che ne traccia il profilo di occupabilità. Dopo la firma di un patto di attivazione, al quale è condizionato la corresponsione dei sussidi di disoccupazione, al lavoratore viene assegnato un voucher, grazie al quale potrà usufruire di servizi di formazione e ricollocazione appunto in un altro posto di lavoro. Sarà sempre il lavoratore a scegliere se avvalersi dei servizi per l’impiego pubblici o delle agenzie per il lavoro private accreditate, ai quali verrà corrisposto il compenso del «buono» solo a risultato ottenuto. Per coordinare le politiche attive viene creata un’Agenzia nazionale. Contro gli abusi, invece, vengono accorpati in un’unica Agenzia ispettiva i servizi di ministero, Inail e Inps.

Nasce il contratto di ricollocamento che prevede che il lavoratore divenuto disoccupato sia preso in carico da un ufficio del lavoro che ne traccia il profilo di occupabilità.

In sintesi, la riforma del lavoro attuata dal Governo Renzi ha portato a una maggiore occupazione?

Con gli incentivi alle imprese a giugno 2015 sono aumentate le trasformazioni dei contratti precari in contratti a tempo indeterminato «a tutele crescenti». È evidente tuttavia che non si tratta di nuovi posti di lavoro, ma solo di stabilizzazione dell’esistente. Il dato deprimente è semmai quello della perdita di posti di lavoro con un amento del precariato (si veda un incremento dei vaucher a giugno 2015 del 74%). In definitiva, oggi chi ha un lavoro lo conserva, magari precariamente (si vedano a proposito le critiche già mosse dai tecnici della materia al contratto a tutele crescenti) e, forse, con uno stipendio più basso. Chi non ce l’ha, continuerà a faticare a trovarlo basti pensare che ancora oggi, il c.d. contratto di ricollocamento è un’ipotesi più teorica che pratica.

I dati reali dicono che la crescita c’è, ma non produce nuova occupazione. E i posti di lavoro persi nella crisi non saranno recuperati. Questa la situazione fotografata dall’Osservatorio Inps sul precariato e dal rapporto Mediobanca «Ricerche & Studi» con stime sul lavoro nelle grandi imprese per il 2015.

Nello specifico, per l’Inps a giugno le trasformazioni dei contratti precari in contratti a tempo indeterminato sono aumentate del 30,6%. È cresciuta la quota di assunzioni con rapporti stabili sul totale dei rapporti di lavoro attivati/variati: dal 33,6% del primo semestre 2014 al 40,8% dei sei mesi 2015. Le nuove assunzioni nel periodo sono state 952.359, le trasformazioni dei contratti precari sono 331.917.

Tuttavia, come correttamente, a mio avviso rilevato da Guglielmo Loy, segretario confederale Uil, a giugno 2015 i dati Inps «hanno registrato la fiammata di marzo e aprile sulle assunzioni a tempo indeterminato frutto della poderosa dose di incentivi che costeranno 11 miliardi in tre anni». Ma l’effetto eccitante è destinato a calare e già a giugno-luglio 2015 la quota di contratti fissi sul totale delle assunzioni, continua a calare rispetto a aprile-maggio e si torna al livelli di alcuni mesi del 2014.»