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Ghelfi Ondulati, la forza del digitale nell’imballaggio

L’azienda valtellinese ha scelto di affiancare, nella produzione di imballi in cartone ondulato, alla stampa flessografica, la stampa digitale ad alta velocità. Con risultati decisamente soddisfacenti dal punto di vista della flessibilità, della qualità e dell’innovazione dell’offerta. Li abbiamo sentiti per saperne di più.

Ottanta milioni di metri quadri. È la quantità di cartone prodotto all’anno da Ghelfi Ondulati, azienda con un insediamento produttivo di 32.000 metri quadrati a Buglio in Monte (SO), 170 dipendenti e 96 milioni di euro di fatturato, specializzata nella produzione di qualunque tipo di imballaggio in cartone ondulato. Vassoi, vaschette, scatole americane ed espositori, studiati per accogliere prodotti alimentari e non, dalla produzione al punto vendita con attenzione a ogni passaggio della filiera, per preservare il prodotto integro fino a destinazione. Imballaggi stampati sia in digitale sia con la tradizionale stampa flessografica a sette colori, una tecnologia che ad oggi copre ancora una larga fetta del fatturato di Ghelfi Ondulati. Concentriamoci comunque, in questa occasione, sulla stampa digitale.

L’azienda

L’azienda è stata fondata nel 1952 come scatolificio da Giuseppe ed Elsa Ghelfi nel cuore della Valtellina. Nel 1975 ha registrato il suo primo brevetto e ad oggi ne conta 28, pensati e studiati dal suo ufficio tecnico con il duplice obiettivo di creare imballaggi che combinano la massima protezione e alte performance di resistenza del prodotto. L’anno dopo l’azienda di Sondrio ha investito nella sua prima stampate flexo a quattro colori, integrata successivamente da altre stampanti. Nel frattempo, è stato potenziato il reparto di ricerca e sviluppo, è stato dato corso a collaborazioni con le università italiane e aperta una divisione (Ghelfi 1905) dedicata alla ricerca di base. La spinta verso la stampa digitale ad alta velocità è avvenuta nel 2016, con l’investimento in una HP PageWide T400S Press, sostituita successivamente dalla HP PageWide T1170S Press,attualmente operativa. L’introduzione del digitale ha permesso di ottenere una drastica riduzione dei tempi di stampa rispetto alla tecnologia flexo, passando direttamente dal file grafico al foglio stampato con livelli di produttività di oltre 180 metri al minuto.  «Abbiamo profondi legami con il nostro territorio, la Valtellina, pur essendo la nostra azienda una presenza consolidata nel settore degli imballaggi sia in Italia che in Europa» ci racconta Luca Simoncini, responsabile per la stampa digitale di Ghelfi Ondulati. «Siamo un’impresa di persone che ha trasformato il cartone ondulato in un’idea, facendo qualità e innovazione con uno sguardo sempre attento all’ambiente e all’uso di materie prime totalmente riciclabili. Investiamo in tecnologia, ricerca e conoscenza per garantire innovazione continua nell’ambito del packaging».

L’offerta

Le esigenze di mercato richiedono di rendere più accattivante il prodotto e di “vestirlo” con maggior accuratezza grazie alla presenza di immagini, fondi sfumati, testi e texture così da attirare l’attenzione del consumatore. «Insieme al cliente – afferma Simoncini – studiamo soluzioni ideali per ogni sua esigenza e progettiamo imballaggi perfettamente integrati nel suo processo produttivo. Offriamo supporto tecnico e grafico: sviluppiamo comunicazioni mirate e integrate sul prodotto. Disponiamo di più di 50 centri di assemblaggio  dislocati su tutto il territorio italiano ed estero. Il nostro cartone viene stampato sia con la tradizionale stampa flessografica a 7 colori sia con la nuova stampante digitale a bobina HP T1170S che offre personalizzazione, tracciabilità, sicurezza e altissima qualità su tutti i supporti».

La stampa digitale

Simoncini ha così introdotto l’impiego della stampa digitale in Ghelfi Ondulati, ritenuta valida perché, grazie all’impiego di inchiostri all’acqua, è in grado di soddisfare ampiamente le normative più restrittive in fatto di sicurezza riguardo alla produzione di imballi primari per alimenti. L’azienda di Sondrio ha scelto un sistema roll to roll HP T1170S a sei colori (CMYKOV), con larghezza della bobina fino a 2.800 millimetri, una velocità di linea di 183 metri al minuto a l’impiego di carta da 80 a 400 grammi al metro quadrato. La stampa digitale permette l’ottimizzazione del time to marketing e dei costi, una personalizzazione infinita del packaging e una qualità di stampa mai vista finora. Consente di cambiare, sperimentare e aggiornare frequentemente gli imballaggi senza particolari oneri economici, passando dalla progettazione al punto vendita in un tempo minimo. È possibile aggiornare la grafica a ogni produzione e gestire lotti che permettono di segmentare il prodotto. La stampa digitale ci consente anche una facile personalizzazione del packaging: per campagne pubblicitarie, edizioni limitate o particolari ricorrenze, per produrre differenti versioni di imballo per il prodotto, per la localizzazione nei mercati esteri o per composizioni a mosaico».

La stampa digitale di Ghelfi Ondulati offre anche vantaggi per quando riguarda la sicurezza e il coinvolgimento degli utenti finali. «Ogni imballo potenzialmente può essere unico – sottolinea Simoncini – corredato con un codice visibile o invisibile che può essere collegato al prodotto contenuto, ai flussi logistici e ad esperienze digitali. Ad esempio, si può pensare a contenuti interattivi, ad acquisire dati sui comportamenti d’acquisto o profilare meglio i clienti. Sul versante dalla logistica un imballo personalizzato con tecnologie di stampa digitale consente la gestione automatizzata dei magazzini, l’automazione dei settaggi delle macchine di trasformazione e la riduzione degli smarrimenti. Il digitale rende unico ogni imballo che ha il suo codice, visibile o invisibile, che può essere collegato al prodotto in esso contenuto, ai flussi logistici e ad esperienze digitali.

Anche dal punto di vista puramente della stampa, i vantaggi della soluzione digitale acquisita dalla società valtellinese sono numerosi. Possiamo elencare il flusso di prestampa completamente digitale, la risoluzione fotografia (600 DPI) su tutti i supporti, il registro sempre perfetto, la gestione digitale dei colori e l’uniformità di stampa su tutta la produzione. Abbiamo chiesto a Simoncini anche quali sono gli eventuali limiti e i lati deboli che ha riscontrato nel digitale per quanto riguarda il settore in cui opera. «Ad oggi – afferma deciso – la tecnologia di stampa digitale è una tecnologia matura e affidabile, in grado di offrire grande qualità su tutti i supporti. Non ci sono limiti particolari sono invece enormi i servizi offerti al cliente. Detto ciò, auspichiamo che i costi elevati degli inchiostri possano scendere per poter sfruttare appieno la tecnologia e tutte le sue potenzialità».

Due casi aziendali

Ghelfi Ondulati sta sfruttando bene le possibilità offerte dalla stampa digitale per quanto riguarda la personalizzazione degli imballi. Ad esempio, per la Bianchi di Portanova (AL) ha realizzato imballi personalizzati con cinquanta foto differenti dei lavoratori dell’azienda specializzata nella coltivazione e nella vendita di barbabietole rosse. Le barbabietole rosse di Bianchi ora hanno un volto: grazie alla stampa digitale è stata personalizzata ogni scatola con il volto di chi, con il suo lavoro, permette di realizzare un prodotto unico. Ancora più articolato il packaging che Ghelfi Ondulati ha prodotto e stampato in digitale per il consorzio Melinda che conta 4.000 famiglie di soci produttori raggruppati in 16 cooperativa della Val di Non e Val di Sole. Nell’ambito del progetto 4.000 facce di Melinda sono state scattate mille fotografie che riprendono tutti i frutticoltori del consorzio trentino, stampate poi sulle cassette delle mele Melinda proprio grazie alla personalizzazione digitale.

Giflex 2021: scenari per la ripartenza

Il settore dell’imballaggio flessibile ha davanti a sé numerose sfide per i prossimi anni. A partire dai temi della sostenibilità, dell’economia circolare e del riciclo. Il tutto in un quadro economico definito da un mercato globale ormai definitivamente cambiato. Di questo e dell’impegno del gruppo si è parlato al webinar “Giflex 2021: scenari per la ripartenza”.

Il settore dell’imballaggio flessibile guarda alla nuova attualità dettata da uno scenario economico complesso e mutato nei termini, e ne raccoglie le sfide. Quelle di un’economia mondiale cambiata profondamente, di un mercato con nuovi bisogni e di politiche ambientali che impongono traguardi impegnativi. Ne ha ragionato il Gruppo Imballaggio Flessibile di Assografici organizzando, lo scorso 19 gennaio, il webinar “Giflex 2021: scenari per la ripartenza”.

Dove eravamo rimasti

Sostenibilità, economia circolare, riciclo. Sono queste le nuove esigenze del mercato a cui il settore dell’imballaggio flessibile si è ritrovato a dare risposta, già da qualche anno; trend che Covid-19 ha accelerato. Un compito difficile, una sorta di “labirinto”, come l’ha definito il presidente di Giflex Alberto Palaveri, nel quale è necessario trovare un bilanciamento, non sempre facile, tra diversi driver.

A questo scenario di complessità e incertezza che già interessava il periodo pre Covid, si aggiungono le decisioni prese a livello istituzionale che tengono conto proprio di questi nuovi temi di circolarità, riciclo e sostenibilità. Decisioni non sempre coerenti con le reali esigenze dei settori industriali. Il presidente riporta l’esempio dell’etichettatura ambientale voluta dal Ministero dell’Ambiente, un provvedimento di per sé positivo ma ancora incompleto, per il quale Giflex si è mosso da subito, al fianco di Confindustria, per la creazione di un Tavolo tecnico con il Ministero al fine di «realizzare un’etichettatura che definisca in modo chiaro il contenuto del materiale utilizzato e che valorizzi anche il lavoro di design e progettazione che le aziende generano».

Altro tema delicato è la Plastic tax che in Italia «confluisce nella fiscalità generale, mentre sarebbe importante che una parte del denaro raccolto con questa tassa venisse investita nel settore» per esempio al fine di potenziare la parte di riciclo e riutilizzo post consumo. Non solo, la nuova tassa spinge al ricorso a plastica riciclata, un problema per le imprese dell’imballaggio flessibile. «Per legge siamo obbligati al ricorso a plastica vergine per la maggior parte dei nostri prodotti» spiega Palaveri, sarebbe quindi opportuno prevedere un trattamento differente per le aziende del settore proprio in ragione di questo aspetto.

Si è recentemente aperto anche il tema legato al bando dei prodotti plastici monouso per ottemperare alla direttiva europea SUP – Single Use Plastic – al fine di ridurre l’inquinamento marino. Si sta ragionando sull’idea di includere tra i materiali da tassare ulteriormente a livello europeo anche i multipack, con un forte impatto economico sui prodotti del settore imballaggio flessibile. Anche su questo Giflex lavorerà nei prossimi mesi.

Più vicini agli associati

Resta l’incertezza su come sarà caratterizzato il mercato dei prossimi anni. Gli scenari sono molteplici, rimane salda però l’intenzione di Giflex di proseguire il percorso sinora tracciato, puntando ancora di più sulla coesione delle diverse realtà che lo compongono. L’associazione deve avvicinarsi e ascoltare gli associati, spiega il presidente. E farlo attraverso: l’organizzazione di Comitati esecutivi in presenza sul territorio e l’apertura a nuove realtà, l’organizzazione di nuovi meeting virtuali, l’implementazione della comunicazione interna ed esterna, e l’ampliamento delle sinergie e collaborazioni con il sistema confindustriale e le realtà vicine al settore.

«Il futuro è flessibile» afferma Palaveri «e le nostre aziende lo devono diventare, anche introducendo innovazione nei nostri prodotti. Dovremo essere creativi e come Giflex dovremo lavorare con l’intera filiera per rispondere al meglio alle esigenze del mercato».

Una strategia necessaria, soprattutto nel nuovo panorama economico che si è venuto profilando.

L’economia del nuovo mondo

Il mondo è cambiato e dal punto di vista economico è inevitabile farne conto. Quella innescata dalla pandemia di Covid-19 è la peggiore crisi dal secondo dopoguerra, «è di carattere globale ed è la più grande della storia». A spiegare questi aspetti è Fadi Hassan, research associate presso il Centre for Economic Performance, LSE (London School of Economics). Si prevede a livello mondiale un calo del PIL di circa il 6%, «oltre il 90% dei Paesi nel mondo subirà una decrescita» afferma, per affrontare la quale sono state adottate strategie fiscali diverse. «Nei Paesi europei il grosso della spesa pubblica è destinato alla liquidità e al supporto alle imprese, mentre in altri Paesi, come gli Stati Uniti e la Cina – una delle poche economie che si prevede in crescita – la politica è stata di destinare la liquidità pubblica direttamente alle persone».

L’indebitamento pubblico non sarà però l’unico problema di cui preoccuparsi, a questo si accompagnerà anche quello delle aziende. Ciò significa, spiega il professore, che «in futuro, anche con la ripresa, le imprese non avranno molto spazio di azione perché saranno già indebitate», sebbene «si prevede un indebitamento non così drammatico come si possa pensare ora». Nell’area Euro il fenomeno dell’aumento del risparmio da parte delle famiglie permetterà poi di avere un’occasione di ripresa in più. Resta però una forte disuguaglianza tra gli strati sociali, con un terzo dei cittadini «a forte rischio di disagio» a causa della diminuzione del reddito.

Occorre dire che in tutto questo l’intervento dei Governi e delle banche centrali è stato rapido ed essenziale. «Sono intervenute in maniera massiva nell’economia». Basti pensare che «la BCE (Banca centrale europea) ha acquistato il 70% dei titoli di debito emessi a partire da febbraio 2020 dai Paesi dell’area Euro». Un totale di 650 miliardi – periodo marzo-novembre 2020 – di cui quelli italiani sono pari a ben 118 miliardi, quasi il 20% del totale. Inoltre ha destinato alle banche degli Stati membri finanziamenti ingenti, «quelle italiane hanno ricevuto dalla BCE 374 miliardi di euro».

La bella addormentata

È difficile capire in quale mondo ci ritroveremo. Certamente sarà diverso da come eravamo abituati. «Il commercio mondiale potrà ripartire il prossimo anno» continua Hassan, ma avrà nuove caratteristiche.

La globalizzazione avviata negli anni Novanta e proseguita sinora ha subito una brusca frenata. Nulla che non fosse previsto, si tratta, spiega il professore, di un fenomeno intrinseco alla globalizzazione stessa che, per sua natura, non avrebbe potuto crescere all’infinito. Ma certamente il Covid-19 e le sue conseguenze hanno determinato un’accelerazione del fenomeno. La crisi dei commerci mondiali è giunta quando la situazione era critica su diversi fronti: dalla guerra economica tra Stati Uniti e Cina agli strascichi della crisi finanziaria del 2008 che aveva provocato già un forte rallentamento della globalizzazione.

Si sono velocizzati, quindi, trend già in corso. Per i prossimi anni certamente l’Europa percorrerà una propria strada, a dicembre è stato firmato un accordo sulle relazioni commerciali tra Unione europea e Cina che di fatto sgancia l’Europa dall’asse USA-Cina.

Proprio il rapporto tra i due Paesi resterà però una grande incognita, così come le interferenze nel multilateralismo a causa del blocco del funzionamento della WTO (World Trade Organization – Organizzazione mondiale del commercio).

Si prevede inoltre uno spostamento della produzione verso i Paesi dell’est Europa, a sud-est con Turchia e Giordania, e a sud verso i Paesi africani.

In tutto questo, quale sarà il ruolo del nostro Paese? Da 30 anni purtroppo l’Italia è «la bella addormentata d’Europa. Oggi» spiega Hassan «siamo al livello degli anni Sessanta» e le motivazioni di questo sono diverse. «La TFP – produttività totale dei fattori – italiana è calata fortemente a causa proprio della globalizzazione e dello sviluppo dell’IT. Nel mondo 2.0, sviluppatosi negli anni Novanta, il nostro modello produttivo non è più stato all’altezza». A determinare tutto questo una serie di fattori, dalle scelte operate a livello istituzionale alla tipologia di investimenti fatti – che hanno tenuto in poco conto l’IT e la ricerca e sviluppo –, all’allocazione delle risorse, al ruolo del management aziendale.

Guardare al management

Proprio il ruolo che deve avere la dirigenza all’interno delle imprese è uno dei temi chiave delle sfide che attendono il Paese nei prossimi anni. Il management è in grado di influenzare l’efficienza generale di un’impresa e «oggi è visto come una tecnologia» spiega Hassan. Una tecnologia che, essendo tale, deve essere misurata. Si identificano quattro aree principali dell’andamento di un’impresa in cui il management aziendale viene valutato: la gestione delle operazioni, il monitoraggio delle prestazioni, la definizione degli obiettivi e la gestione dei talenti.

Un fattore molto importante, se si considera che «le pratiche manageriali italiane influenzano circa il 30% del divario di produttività che intercorre tra Italia e Stati Uniti».

L’obiettivo per il nostro mondo industriale è quindi un cambio di rotta. Occorre avere consapevolezza di come si è in grado di rendere performante la propria azienda, in questo, conclude Hassan, è importante anche il ruolo delle associazioni di categoria, che possono organizzare percorsi di formazione e trainer dedicati proprio al management.

Strategia “benessere”

Il cambio di rotta richiesto al Paese fa perno però su una strategia precisa che il Governo Conte aveva posto in atto già prima dell’esplodere della pandemia e della conseguente crisi. Una strategia che si dimostra oggi ancora più attuale perché basata sui temi del benessere e della sostenibilità ambientale. Per coordinare le attività nell’ambito delle politiche del benessere e della valutazione della qualità della vita dei cittadini, e per supportare il Presidente del Consiglio su questi aspetti, è stata creata la Cabina di regia “Benessere Italia” la cui presidenza è stata affidata a Filomena Maggino.

La Cabina è un organo di supporto tecnico-scientifico composto dai rappresenti dei Ministeri, dai presidenti dei centri di ricerca e che si coordina con Regioni, Province autonome ed Enti locali. E molto si è fatto anche con il supporto delle associazioni di categoria. La finalità della Cabina di regia è la promozione del benessere. Ne sono state così definite, a inizio 2020, le cinque linee programmatiche:

– rigenerazione equo-sostenibile dei territori

– mobilità e coesione territoriale

– transizione energetica

– qualità della vita

– economia circolare.

«Con la crisi si è evidenziato che non avendo messo al centro il benessere negli anni precedenti, l’arrivo della pandemia si è trasformato subito in emergenza a tutti i livelli» afferma Maggino. «Per ripartire dobbiamo orientare la bussola e mettere al centro il benessere dei cittadini». Il percorso per la ripresa deve partire quindi dalle cinque linee programmatiche attraverso azioni concrete. Azioni che porteranno, per esempio, a rimodellare i servizi territoriali alla persona che hanno carattere sociale oltre che sanitario, e che devono avere come interlocutore il tessuto sociale e anche quello produttivo del Paese.

Ricostruire l’Europa

Cosa accade invece a livello strategico in Europa lo spiega On. Patrizia Toia, vicepresidentessa della Commissione per l’Industria, la Ricerca e l’Energia del Parlamento europeo. «Le politiche europee mirano a rafforzare i target Green Deal». Una scelta che vede una riconferma anche a seguito della gravità di quanto accaduto con il Covid-19. Tutti gli obiettivi sono stati riconfermati e vi si indirizzano anche le azioni che l’Europa ha saputo mettere in campo in risposta alla pandemia con la strategia Next generation EU e il Recovery fund. «Si tratta di una risposta forte e coraggiosa di ricostruzione europea e di resilienza». Una ricostruzione però su nuove basi e con nuove caratteristiche. Le linee di sviluppo pensate sono la transizione ambientale e la digitalizzazione. Si tratta di «una risposta unitaria come strumenti che si mettono in campo, immettendo risorse comuni europee, ma anche come visione di quello che deve essere lo sviluppo dell’Europa».

Tutto questo riguarda da vicino il mondo industriale. Nelle risorse messe a disposizione dall’Unione, non a caso, è previsto il raggiungimento di tutti gli obiettivi di transizione ambientale, compresa la ricerca che accompagni lo sviluppo produttivo e industriale.

Si tratta di risorse finanziarie, normative e di ricerca, ed è possibile identificare alcuni punti essenziali che, sottolinea l’On. Toia, interessano anche Giflex: in particolare la politica legata alle direttive sull’energia e l’economia circolare. Nel Rapporto del Parlamento europeo, che porterà a un nuovo piano legislativo, sono state avanzate alcune proposte interessanti anche per il settore dell’imballaggio flessibile: «la risoluzione comprende, tra i vari temi, quello del riciclo chimico, dell’attenzione a un approccio di filiera, della realizzazione all’interno del programma Horizon – per il quale si prevede uno stanziamento per i prossimi anni di circa 90 miliardi di euro – di filoni di ricerca specifici sull’efficienza dei materiali e sull’uso delle materie rigenerate, e ancora della revisione della direttiva eco-design».

A livello nazionale invece «si prevede la creazione di un fondo per l’economia circolare, una semplificazione normativa, la realizzazione di un hub tecnologico nazionale e di centri di competenza territoriale, e una strategia nazionale sull’economica circolare».

Al momento il quadro normativo sui vari aspetti dell’economia circolare, e in particolare sul fine vita, ha bisogno di un’armonizzazione, per non rischiare di avere norme diverse in ogni Paese, ma si prevede che, a livello legislativo, l’approvazione del piano di economia circolare in Commissione europea possa avvenire nel secondo trimestre del 2021.

Giflex: struttura e obiettivi

Per affrontare le nuove sfide di mercato il gruppo si è riorganizzato internamente. «Grazie alla consulenza di Stefano Consonni, con lo staff di ADL Consulting, e al supporto di Italo Vailati, segretario generale di Giflex, è partito il nuovo processo di accreditamento istituzionale. Mentre Elena Scalettari si occuperà degli aspetti di comunicazione e media», spiega il presidente Giflex Alberto Palaveri, ricordando poi l’importante ruolo dei tre comitati del gruppo e dei loro nuovi responsabili: Andrea Cassinari (Comitato Tecnico), Laura Passerini(Comitato Sostenibilità), Marco Mensitieri (Comitato Marketing), Ruggero Gerosa ed Elena Peron (task force Dossier). Infine il presidente ricorda anche le nomine di Davide Jarach e Neni Rossini alla vicepresidenza, di Marco Li Vigni alla tesoreria e di Michele Guala che, già vicepresidente FPE, rappresenterà Giflex sui tavoli internazionali.

 

Sette vite, come i gatti: grazie al ciclo del riciclo di carta e cartone, ogni giorno i piccoli felini ci aiutano a scegliere uno stile di vita più sostenibile

In occasione della festa del Gatto del 17 febbraio Comieco rivolge un simpatico appello. In particolare ai padroni dei gatti: “Apprezzate la carta e il cartone come fanno i nostri amici felini e rendete le loro cuccette di carta sicure eliminando punti metallici. Costruite casette, tiragraffi e giochi per loro e regalateglieli il 17 febbraio. Poi però ricordatevi di riciclarle correttamente”.

Comieco dunque invita tutti a seguire l’esempio dei nostri amici felini e a scegliere senza alcun dubbio i pack in carta e cartone, da utilizzare poi – prima di conferirli correttamente nella raccolta differenziata – anche come materiale da costruzione per cucce, tiragraffi e percorsi gioco fai-da-te che renderanno il vostro gatto più felice che mai.

Ma perché i gatti amano così tanto le scatole di cartone? Una ricerca dell’Università di Utrecht ha scoperto che i motivi per cui i gatti le trovano irresistibili sono molti: il fatto di entrare in uno spazio ristretto li fa sentire protetti; offrono un nascondiglio perfetto; essendo il cartone un ottimo isolante termico, li mantiene al caldo; la consistenza del cartone sotto le unghie è estremamente piacevole. Comieco, inoltre, pensa che se i gatti sapessero che il cartone e quindi la carta sono un materiale sostenibile, che rispetta l’ambiente ed è completamente riciclabile fino a sette volte (esattamente quante sono le loro vite) lo apprezzerebbero ancora di più!

Ma prima di mettere a disposizione le nostre creazioni ai nostri piccoli amici pelosi, assicuriamoci di togliere elementi metallici, come punte e graffette e, già che ci siamo, leviamo anche scotch e altri materiali estranei. Così facendo, non faremo del bene solo ai nostri gatti, ma anche all’ambiente, perché terminato il loro utilizzo, potremo contribuire a riciclare correttamente carta e cartone (nel 2019, in Italia la raccolta differenziata dei materiali cellulosici ha superato i 3,5 milioni di tonnellate) migliorando la qualità della raccolta.

Ulmex, i vantaggi della tecnologia SteppedHex

Gli stampatori che utilizzano tecnologia flexo sono chiamati ad aumentare la qualità di stampa per garantire soggetti sempre più definiti. “Un risultato che si può ottenere aumentando la lineatura degli anilox”, spiega Angelo Maggi, amministratore di Ulmex Italia. “Una procedura che ne diminuisce però la portata, legata in particolare ai limiti fisici di contenimento dell’inchiostro”. L’incisione brevettata SteppedHex, messa a punto da Zecher, protagonista mondiale nella produzione di anilox, e distribuita in esclusiva italiana da Ulmex, garantisce doppia portata a parità di lineature, senza richiedere fermi macchina per la pulizia dei cliché grazie al trasferimento dell’inchiostro più preciso sul retino. Questa tecnologia offre molteplici vantaggi stampando sia su film, sia su carta. Inoltre, il suo utilizzo è particolarmente indicato per supporti assorbenti come carta e cartone ondulato impiegati per la realizzazione di shopper e bags.

La tecnologia SteppedHex è caratterizzata da una nuova geometria delle celle, unica e particolare, che soddisfa importanti requisiti. L’incisione si basa infatti sulla tradizionale angolatura a 60°, ma con una connessione di tre celle in fila disposte a gradini che rende gli anilox compatibili con tutti i tipi di inchiostro (base acqua, solvente e UV), tutte le tecnologie e le più comuni configurazioni delle macchine da stampa. Oltre a incrementare la lineatura dei cilindri, con una risoluzione di stampa fino a 60 l/cm a parità di volume, questa innovativa tecnologia assicura maggiore omogeneità nel trasferimento dell’inchiostro assicurando risultati conformi dall’inizio alla fine senza variazioni di tonalità. Grazie a questa particolare incisione, i fondi e i tratti risultano più densi e uniformi e i dettagli hanno una migliore definizione, anche nei punti minimi (fino a 580 linee/cm con portata volume fino a 4,0 cm3/m2).

“Essendo partner di tantissimi stampatori flexo in Italia, dal nostro osservatorio privilegiato possiamo certificare il fatto che siano sempre più numerose le aziende che riconoscono i vantaggi concreti dell’incisione SteppedHex e che, dopo aver implementato questa tecnologia, non ne farebbero più a meno”, aggiunge Maggi. Ulteriori conferme si trovano nelle success stories di clienti da tutto il mondo soddisfatti dalla rivoluzionaria incisione brevettata da Zecher.

Sono tanti i vantaggi garantiti dall’esclusiva tecnologia SteppedHex. Oltre a poter stampare con alte lineature (L/cm) anilox, senza rinunciare alla portata volume, la raclatura risulta omogenea grazie al supporto costante delle spalle delle cellette disposte a scalini nel punto di contatto del bisello con l’anilox. Inoltre, la forma a vasca ottimizza lo svuotamento delle celle, la cui geometria allargata facilita la pulizia degli anilox. Altri plus sono il supporto ottimale del punto cliché anche sulle alte lineature fino al 1% e il trasferimento omogeneo anche nella spalmatura di tutte le tipologie di inchiostri come bianco, vernici, oro o argento.

SteppedHex è un concetto alternativo che supera i limiti delle singole applicazioni, consentendo agli utilizzatori di soddisfare tutte le loro esigenze con un unico sistema. In particolare, questa tecnologia è la risposta innovativa per stampanti flexo UV a banda stretta; stampa di etichette; stampa imballaggi flessibili; stampa cartone ondulato pre-print.

“Stiamo proponendo i cilindri SteppedHex da alcuni anni registrando un grande interesse derivante soprattutto dalla consulenza e dal supporto specializzato che offriamo per associare la giusta tecnica d’incisione alle applicazioni individuali, con un approccio personalizzato per ogni singolo cliente”, spiega Maggi. “Le prestazioni garantite da questa soluzione sono molto apprezzate, anche grazie all’abbinamento con il nostro esclusivo servizio di pulizia degli anilox”. Ulmex, infatti, offre anche un servizio di pulizia con tecnologia laser dei cilindri, ceramici o cromati, effettuata In e Off-line da tecnici specializzati direttamente a domicilio 24/7.

Velocità e volume nella stampa inkjet

Tabella Inkjet

La dimensione delle gocce determina la velocità con cui queste possono essere emesse e di conseguenza a quale velocità è possibile stampare. Questo fattore è poco evidenziato quando si considera un sistema di stampa totalmente digitale, perché le velocità sono dichiarate dal produttore, ma sono rilevanti sui sistemi di stampa ibridi.

Quando si valuta l’inserimento di teste di stampa inkjet sulla propria macchina o si valuta l’acquisto di un sistema ibrido la velocità di stampa è spesso determinata proprio dalle teste di stampa e dalla frequenza di emissione per quel tipo di goccia (espresso in KHz, vedi tabella); per questo motivo è fondamentale capire quale sarà l’impiego della testa di stampa e se sarà necessario montare un array o più array in funzione della velocità e della qualità (numero di gocce) attesa.

La frequenza di emissione è legata alle caratteristiche costruttive della testa, tra cui anche quanti colori per testa sono stampabili, a sua volta determinato dalle file di ugelli presenti. Ci sono teste in grado di stampare 4 colori e altre che ne possono stampare solo uno e per stampare a 4 colori usano 4 teste.

La configurazione di stampa scelta definisce la velocità considerando anche il numero di gocce emesse e la risoluzione di stampa ottenibile. E anche il costo di stampa che, nel caso delle teste PJI e CIJ è molto alto e quindi alza il costo iniziale dell’investimento. Il numero di teste dipende anche dalla modalità di scrittura a scanning o a single pass. La scrittura a scannig XY è quella dei “plotter” ovvero il gruppo stampa (con un o più teste) si muove lungo tutta la larghezza del supporto mentre quest’ultimo avanza o, nel caso dei flatbed, il braccio avanza.

Il movimento del gruppo stampa può essere single pass (un passaggio per fare stampare un fascia) o multipass (più passaggi per fare un striscia), monodirezionale (stampa solo in una direzione e ritorna) o bidirezionale (stampa in entrambi i movimenti della testa). Per questo motivo ci possono essere differenze tra la cosiddetta risoluzione verticale (legata agli avanzamenti del supporto) e quella orizzontale determinata dalle teste di stampa, che può aumentare in base al numero di passaggi fatti per completare la striscia stampata.

La scrittura a single pass è quella utilizzata sulle macchine inkjet da produzione a bobina e foglio ed è caratterizzata dalla costruzione di un array di teste per tutta la larghezza del supporto.

Il numero di teste montate su ogni array dipende dalla grandezza delle stesse, mentre il numero di array dipende dal numero di colori da stampare, la risoluzione di stampa, la velocità attesa.

Le macchine hanno anche un sistema di controllo adattivo delle emissioni delle gocce in funzione del tipo supporto e delle tempistiche di trasporto affinché le gocce siano sempre stampate nella posizione corretta.


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Gli eventi virtuali Zund al via con una lezione sui materiali Dispa

Nel primo appuntamento di Zund Application Spotlight, inedito calendario di eventi virtuali dedicati di volta in volta a specifiche applicazioni o materiali particolari, i riflettori sono stati puntati sui supporti Dispa di 3A Composites, protagonisti di tre dimostrazioni dal vivo.

La versatilità dei propri sistemi di taglio e l’importanza di affidarsi a uno strumento in grado di contribuire a realizzare progetti di comunicazione visiva trovano compimento in Zund, che vuole dimostrarlo con una serie di appuntamenti online dedicati ai diversi materiali.
In linea con gli standard dell’azienda svizzera, un inizio in grande stile il 4 e il 5 febbraio scorsi con una prima sessione dedicata ai supporti di 3A Composites.
Il primo appuntamento Zund Application Spotlight si è occupato di sign&display, e in particolare del potenziale del cartone Dispa, versatile e in linea anche con i requisiti di sostenibilità.
«Vogliamo dimostrare l’utilità di contare su sistemi modulari e facili da aggiornare – spiega Jacob Jensen, team leader customer experience center di Zünd -. Esattamente quanto richiesto oggi da uno scenario con esigenze rapidamente mutabili».
Tre gli esempi applicativi proposti: una valigetta prodotta con Dispa da 2,4 mm, contraddistinto da una superficie bianca e liscia, per risultati di stampa brillanti; una tradizionale affissione realizzata con Dispa Outdoor per promozioni in esterno di breve durata; la riproduzione di un’opera d’arte con Dispa Canvas, con una texture assimilabile a una tela pittorica.
«I materiali compositi hanno oggi un largo raggio di applicazioni – spiega Moritz Pieper, head of solution engineering display di 3A Composites -. Negli ultimi anni, si è affermata in particolare la richiesta di sostenibilità e oggi siamo in grado di fornire materiali fortemente orientati al riciclo».
Per l’occasione, nel giro di pochi minuti i plotter Zund sono passati dal taglio di un classico cartello per segnaletica, alla più complessa lavorazione di una stampa su Canvas con tanto di cornice integrata da ripiegare e infine la realizzazione di una shopping bag con il giusto grado di flessibilità.
Aspetto da non sottovalutare, con la possibilità di integrare tutti i processi con sistemi di carico dei supporti e scarico degli elaborati in automatico, riducendo la necessità di presidio.

Konica Minolta, nuovi partner certificati industrial printing

La continua crescita di Konica Minolta nel settore della stampa industriale ha portato alla creazione di una rete di partner certificati dedicati alle soluzioni industrial printing.

Dal 2016, anno in cui Konica Minolta è entrata a pieno titolo nel campo della stampa industriale, il suo business nel settore è praticamente raddoppiato. Massimizzando il valore della stampa attraverso la tecnologia digitale, l’azienda si è aperta a nuovi mercati e ha ampliato il suo business. Sia la stampa di etichette che la produzione di packaging e imballaggi hanno dimostrato di avere spazio per la digitalizzazione dei processi post-stampa; introducendo nuove lavorazioni con vernice 2D/3D e Hot Foil, Konica Minolta ha incrementato la sua presenza nel mercato della stampa industriale, tutt’ora in continua crescita. Ormai è di fondamentale importanza per gli addetti ai lavori differenziarsi e dotarsi di sistemi di nobilitazione digitali di livello per fornire ai propri clienti prodotti con effetti tattili non convenzionali e prestigiosi. Per questo, Konica Minolta ha deciso anche in questo momento delicato di incrementare l’alleanza con MGI.

Il digitale risulta essere la risposta alle sempre più frequenti richieste “on demand” da parte degli stampatori, che necessitano di tirature più basse, con elevato grado di personalizzazione, in tempi brevi.

Proprio per rispondere al meglio alle esigenze dei professionisti della stampa, Konica Minolta ha deciso di creare una rete di partner specializzati sul territorio, certificati per la gestione delle soluzioni industrial printing. Un canale ripensato a misura delle nuove esigenze di mercato, sempre più indirizzato, come leva di differenziazione competitiva, verso la proposizione di soluzioni digitali per la Stampa Professionale.

Le strutture dei partner Konica Minolta, dopo aver seguito uno specifico e rigoroso programma di formazione per aggiornare le proprie competenze ad ogni livello, sono seguite costantemente da un team di specialisti tecnico-commerciali che li supporta nel business al fine di rispondere efficacemente a ogni specifica esigenza del cliente. Inoltre, dopo aver definito insieme ai partner le tipologie di supporto necessarie per rispettare gli standard elevati richiesti verso l’utenza finale, Konica Minolta certifica le competenze acquisite da questi partner.

Ad oggi, i partner certificati industrial printing sono in grado di commercializzare il sistema per la Stampa di Etichette AccurioLabel e i sistemi di Nobilitazione MGI JETVarnish 3DS e MGI JETVarnish 3D One, ma forniscono ai clienti Konica Minolta supporto a 360° per tutte le attività di prevendita e postvendita relative alla Stampa Professionale.

Le organizzazioni che attualmente hanno dimostrato di avere i requisiti per essere selezionati come “partner certificati industrial printing” sono: Agga Srl a Moncalieri (TO), Lab Srl a Torri di Quartesolo (VI), Linea Ufficio Srl a S. Benedetto del Tronto (AP), Massinelli Srl a Perugia, PACE Spa a Reggio Emilia, Rocco Ferraro Srl a Tricase (LE), Sicilia Ufficio Srl a Catania e Tinet Srl a Oderzo (TV). Altre certificazioni sono in corso.

Preparare le immagini per la stampa in grande formato

Nonostante si stampi da decine di anni su dimensioni notevoli (come il billboard da 6×3) e le fotocamere di fascia intermedia abbiano ormai ampia disponibilità di megapixel, persiste stranamente una sorta di aura nebulosa su come si prepari un’immagine “grande”. Se fate una ricerca sul web con “stampa grande formato risoluzione” troverete molteplici ricette e/o indicazioni più o meno approssimative su quanta risoluzione serva, in qualche caso troverete anche delle tabelle e dei calcolatori online che suggeriscono quanto grande potete stampare un’immagine in funzione dei suoi pixel, oltre a ricette fantasiose sugli ingrandimenti “un po’ alla volta, non in un unico passaggio”.

Nei risultati delle prime 10 pagine di Google ho trovato alcune indicazioni condivisibili, generalmente non motivate, con indicazioni numeriche parzialmente divergenti e, talvolta, contrastanti.

Chi è tenuto a sapere il corretto modus operandi?

Per quanto le figure coinvolte in un processo grafico abbiano competenze trasversali e spesso sovrapponibili la risposta a questa domanda è una sola: il grafico. Non il fotografo, non lo stampatore, quindi inutile rimbalzarsi le responsabilità.

  1. Il fotografo

Il fotografo scatta, fornisce immagini tipicamente digitali con una certa quantità di pixel, oltre che con una certa “qualità” in base all’attrezzatura utilizzata (di certo in questa sede non rischiamo di confondere ottiche professionali con quelle dei cellulari, anche se i megapixel dovessero essere numericamente uguali).

Dopo un breve confronto con il grafico, nome generico per definire qui chi si deve occupare del trattamento dell’immagine prima della messa in stampa, si dovrà stabilire se l’attrezzatura di partenza sarà sufficiente o si dovrà noleggiare qualcosa di più performante (e quindi più costoso). A quel punto il suo unico compito è scattare al suo meglio con quello che ha, che utilizzi stack di scatti in multifocale, o super risoluzione, o obiettivi fissi anziché zoom ecc… non è interessante in questa sede.

Da quando molti fotografi hanno acquisito esperienza nella stampa fine-art non è raro incontrare professionisti molto competenti nella gestione della risoluzione e dei diversi supporti di stampa, ma tendo a considerarlo un piacevole valore aggiunto piuttosto che un argomento proprio della loro professione di base.

  1. Il grafico

Il grafico deve sapere cosa ha chiesto al fotografo: se la richiesta riguarda materiale utile per stampe di 10 metri di larghezza da mettere in un supermercato a 3 metri di altezza deve essere in grado di chiedere il giusto numero di megapixel, per non trovarsi poi con troppe (in questo caso quasi mai) o troppo poche informazioni (cioè pixel) al momento dell’esportazione. Chiedere poi uno scatto ad alta definizione, o ad alta risoluzione, di per sé non significa nulla, senza correlazione tra dimensioni fisiche e risoluzione è una richiesta inconsistente.

Gli algoritmi di interpolazione possono giocare un ruolo chiave per fornire ulteriore dettaglio fittizio, ma plausibile, così come diventano fondamentali un uso consapevole delle tecniche di aumento della nitidezza e di rimozione/aggiunta del disturbo.

Consideriamo anche che il fotografo può essere sostituito dai vari siti che vendono immagini, e al momento dell’acquisto le dimensioni in pixel delle immagini fanno la differenza tra qualcosa di adatto, di sovrabbondante (e magari più costoso) oppure di troppo piccolo.

  1. Lo stampatore

Una volta concordati i supporti e la qualità di riproduzione, generalmente alta ormai ovunque con valori intorno ai 1200 DPI anche su supporti telati, l’immagine viene stampata. Naturalmente il tipo di supporto e la tecnologia usati possono condizionare sensibilmente la definizione finale: un telo traforato per l’impalcatura di un restauro è molto distante da una carta fotografica, ma in linea di massima se l’immagine di partenza è ben costruita e “adatta” nessuno avrà da ridire.

Lo stampatore generalmente suggerisce un valore generico di risoluzione di output, giusto per dare un’indicazione di massima per andare “sul sicuro”, ma non avendo alcune informazioni come quelle che stiamo per analizzare sono valori indicativi molto generici. Del resto chi stampa non è tenuto ad avere interesse in cosa viene stampato, deve solo farlo al meglio in base a ciò che riceve.

Cosa significa “adatta”?

Se usassimo la famosa risoluzione di 300 PPI (non DPI) per una stampa di 10 metri avremmo già una base di oltre 110.000 pixel, tanto per capirci il “vecchio” formato PSD è limitato a 30.000 x 30.000 pixel. Nessuno si lamenterebbe della qualità finale naturalmente, ma avremmo un file pesantissimo che richiede tempi di elaborazione lunghi, con conseguente aumento di costi ed altri problemi a cascata.

Il processo per creare l’immagine “adatta” è sintetizzabile quindi nelle righe seguenti:

  1. Da che distanza si dovrà vedere la stampa?

Questa è la prima e fondamentale domanda da cui tutto dipende, l’abbiamo trattata qualche anno fa, nel numero di giugno 2017, per cui non tornerò sui motivi fisiologici e percettivi per spiegare i calcoli che seguono, mi limiterò a utilizzarli per arrivare al risultato ottimale.

Se l’osservatore si trova a 1 metro dalla stampa la risoluzione di riferimento è intorno agli 80 PPI (a mezzo metro è 160, poco sopra ai 25 cm arriviamo ai ben noti 300 PPI), il valore può essere aumentato se sono presenti molti dettagli sottili, così come può essere anche inferiore se c’è ampia prevalenza di basse frequenze (tipo un panorama a campo lungo). Nonostante questo valore tenga conto del potere risolvente dell’occhio umano medio si può considerare anche che ad una risoluzione superiore aumenti il dettaglio percepito (anche se non viene risolto).

Sul pregevole Printhandbook di Andy Brown si propongono risoluzioni soglia di addirittura 50 ppi per i billboard da 6 metri per 3, e per quanto abbia apprezzato la qualità del manabile trovo questo valore un po’ eccessivo di un buon 30% (per anni si è usato il criterio della scala 1:10 a 300 ppi con successiva proiezione in fase di stampa, alla fine risultava una risoluzione di 30 ppi a dimensione reale, e nessuno si è mai lamentato).

  1. Cosa è rappresentato nella stampa?

Il soggetto rappresentato è un fattore sensibile, immaginiamo di avere un close up di un fiore: si tratta di un soggetto che l’occhio osserva naturalmente da vicino, il dettaglio viene inconsciamente cercato visto che la nostra esperienza passata è ricca di situazioni in cui abbiamo raccolto informazioni di dettaglio di un soggetto simile. Più il soggetto ripreso è piccolo nella realtà e maggiore sarà la propensione all’aspettativa di dettaglio.

Al contrario un panorama, per quanto anch’esso non privo di microdettaglio, lo si osserva da distante con il sistema visivo rilassato, quindi la ricerca del dettaglio diventa secondaria.

In base a questi esempi si potrà prediligere un’immagine di partenza con più megapixel, se possibile, oppure un trattamento di sharpening (aumento della nitidezza) adatto e localizzato.

  1. Come sono i contrasti? Ci sono simboli grafici noti?

È una logica prosecuzione del punto precedente. Se i microdettagli sono molto contrastati (ad esempio ciocche di capelli neri su fondo bianco) la percezione di eventuali seghettature sarà molto probabile, al contrario nessuno ci farà caso se i valori tonali sono piuttosto vicini.

Anche la presenza di testi attiva un processo di codifica visiva diverso, per questo un testo nero su fondo bianco con contorni seghettati disturba di più di una corteccia d’albero con lo stesso artefatto (ma generalmente i testi sono trattati come vettori quindi il problema non si dovrebbe porre).

Superfluo ma utile ribadire che la percezione del dettaglio è quasi interamente veicolata dai chiaroscuri, la componente cromatica è trascurabile.

  1. Su quale supporto?

Cercare il dettaglio del pelo nell’uovo su una tela traforata da impalcatura suona quantomeno poco sensato, risoluzioni di 15 PPI si sono confermate efficaci e snelle, e pensate che il pixel in questo caso risulta poco più piccolo di 2 mm…

Ad ogni modo l’ottimizzazione dello sharpening passa anche per questo aspetto, e rispetto alle dimensioni di stampa medio-piccole il raggio delle maschere di contrasto sale notevolmente.

  1. Disturbo? No, anzi, prego

Una volta ingrandita e ottimizzata l’immagine è consigliabile applicarci una patina di disturbo controllato che confonda alcuni artefatti e dia la sensazione di maggior dettaglio ed omogeneità. Mentre gli artefatti di interpolazione vengono facilmente percepiti come artificiali il disturbo stile “grana pellicola” è percettivamente ben tollerato, e quando applicato sull’immagine già grande il risultato è notevole. 

Casi limite

In quei casi in cui la stampa di grandi dimensioni preveda distanza di visualizzazioni analoghe ad una rivista, ad esempio una piantina di un parco divertimenti, oppure riproduzioni d’arte come un’Ultima cena di Leonardo, dove il dettaglio della singola giostra o della singola pennellata è pressoché obbligatorio, non ci sono molte scappatoie: servono risoluzioni elevate (quindi anche 250/300 PPI) a dimensioni reali. Per un formato standard industriale da 3×2 m arriviamo a quasi 800 megapixel per la situazione ottimale, si può fare? Si, certo. Serve sempre? Naturalmente no.

Questo dettaglio è proposto in 4 risoluzioni diverse, da sinistra a destra rispettivamente: 300, 200, 100 e 50 ppi. Nella seconda riga ogni immagine è stata interpolata e riportata alla risoluzione di 300 ppi, generando quindi pixel fittizi comunque più piccoli di quelli in prima riga.

La visione consigliata per la prima colonna è poco meno di 30 cm, per la seconda circa 40 cm, per la terza circa 80 cm, per la quarta circa 1,6 metri. Le considerazioni da fare riguardano sia quanto può essere soddisfacente la versione con il corretto rapporto risoluzione/distanza, sia quanto non siano più distinguibili i dettagli della prima e della seconda immagine via via ci si allontana.

Fedrigoni Top Award 2021, la rosa dei finalisti

Dalle scatole da tè più raffinate alle confezioni per profumi, alle shopper bag d’alta moda; dalle etichette – piccole opere d’arte – per birre artigianali, vini e liquori pregiati, conserve gourmet, a preziosi cataloghi illustrati, calendari, libri d’arte, accessori coordinati per aziende. È questo il mondo di chi usa materiali Fedrigoni e da qui provengono i 17 progetti finalisti pronti all’ultimo confronto per aggiudicarsi, a Parigi in giugno, il Fedrigoni Top Award 2021.

Brasile, Cina, Portogallo, Spagna, Francia, Gran Bretagna, Germania, Repubblica Ceca e Italia sono i Paesi che secondo la giuria di esperti hanno espresso le realizzazioni più interessanti e innovative, giunte alla fase conclusiva del contest internazionale che Fedrigoni organizza ormai da dodici edizioni per dare risalto alle migliori creazioni con carte speciali a marchio Fedrigoni e Fabriano e con materiali adesivi per etichette Manter e Ritrama, stampate con qualsiasi tecnica, nel packaging, nella grafica, nella corporate communication e nell’editoria.

Il Fedrigoni Top Award è una grande vetrina di idee capace di ispirare e suggerire nuove visioni, un’occasione per celebrare il valore della carta nell’ideazione e realizzazione di ogni genere di prodotto. Sono oltre 1.000 le proposte pervenute, realizzate da luglio 2018 a fine giugno 2020, e una giuria composta come ogni anno da un panel di esperti internazionali noti nel mondo del design e della comunicazione le ha accuratamente valutate in relazione all’originalità del progetto grafico, alla funzionalità, all’accuratezza di esecuzione e all’uso appropriato delle carte Fedrigoni.

Questa la rosa dei finalisti, che in ognuna delle quattro categorie in gara concorreranno all’assegnazione del Fedrigoni Top Award 2021: “Big Kitchen” (Lisbona, Portogallo), “Book Key Cucine” (Verona, Italia), “Golden Moments” (Leeds, Gran Bretagna), “La Lepre e la Luna” (Montecassiano, Italia), “No Man’s Space / Capricorn Vermouth Dry & Eclipse Gin” (Spoltore, Italia), “Buche & Gran Buche” (Barcellona, Spagna), “Album di Famiglia / Last Colony Gin” (Spoltore, Italia), “Birrificio sul mare” (Camaiore, Italia), “Quinta dos Montes – Parcela Nº5” (Covas do Douro, Portogallo), “Armatore, lo Zingaro del Mare” (Salerno, Italia), “Basao Gongfu Teabag Series Packaging – Archive Box” (Xiamen, Cina), “Jordi’s Chocolate” (Hradec Kr, Repubblica Ceca), “No One can Fail – Écrire son Nom (Upo 3)” (Le Havre, Francia), “Moholy / Nagy and the New Typography” (Mainz, Germania), “Phoenix Art from the Artist Xue Song” (Shanghai, Cina), “Tupigrafia Magazine Issue #12” (San Paolo, Brasile), “L’Architecture des Arbres” (Parigi, Francia).

La selezione si è svolta a novembre nelle splendide sale dell’Archivio Storico di Fedrigoni, a Verona, che per alcuni giorni ha ospitato la giuria nel rispetto di tutte le necessarie precauzioni per la salute dovute all’imperversare del Covid-19. Per permettere di vagliare nei tempi previsti tutti i progetti presentati, il parterre di esperti già annunciato è stato ampliato con l’ingresso di Martina Corradi, marketing manager per HP Indigo e PWP per l’Italia; Silvana Amato, docente ed esperta di grafica editoriale e Roger Botti, direttore generale e creativo di Robilant Associati. Nomi di consolidata preparazione ed esperienza che sono andati ad aggiungersi a quelli di Simon Esterson, presidente della giuria e art director di Pulp e della testata inglese Eye Magazine;  Frank Goehrhardt di Taschen, che si occupa con successo di editoria di alta gamma; Min Wang, docente alla China Central Academy of Fine Arts; Ivan Bell di Stranger & Stranger, esperto mondiale di etichette per il settore spirits e Juan Mantilla di KIKO Milano, specialista in design e produzione di packaging cosmetico.

Ma un primo vincitore c’è già, ed è il progetto più votato online dalla community di appassionati e operatori del settore che hanno potuto visionare i lavori sulla pagina dedicata del sito di Fedrigoni: si tratta di “ITsocase”, nella categoria packaging, realizzato da I’M comunicazione per Teorema Mediterraneo su carta Fedrigoni Arena White Smooth 450gr, che ha ottenuto 815 “like”, praticamente un plebiscito (4,7 su 5). Ancora visibile online, in attesa di essere esposta insieme agli altri vincitori, “ITsocase” è la “valigia” per un viaggio sensoriale in Italia, che comincia dai colori dei paesaggi mediterranei e delle maioliche amalfitane, passa per la matericità della carta che ne fa risaltare la brillantezza e arriva al gusto e alla prelibatezza dei prodotti gastronomici.

“Ogni anno si conferma l’ottimo livello qualitativo, tecnico e artistico dei progetti che la giuria è chiamata a valutare – commenta Chiara Medioli Fedrigoni, group marketing&sustainability director di Gruppo Fedrigoni -. Poter vedere così tante realizzazioni contemporaneamente ci permette di avere una visione più chiara di cosa accade nel mondo della grafica e del design: ad esempio, l’editoria riemerge con forza, esiste un ricco filone di proposte per i packaging del tè in Asia e in Australia, le etichette per vini e superalcolici diventano sempre più incisive. E’ un grande orgoglio per noi dare matericità e contribuire alla realizzazione di progetti capaci di fondere cultura, sperimentazione, creatività e nuove tecnologie, riaffermando il ruolo della carta come strumento di design”. La conferma viene dalla scelta dei prodotti: per le etichette autoadesive, molto sofisticate, si è spesso preferita la carta Tintoretto, ma non sono mancati volumi preziosi e cataloghi d’arte stampati su Arena, la linea di carta e cartoncini bianchi e avoriati lanciata da Fedrigoni a settembre, mentre molte proposte di packaging si sono orientate su Materica, una carta più tattile e morbida, in colori naturali.

Sono quattro infatti le categorie in gara: Publishing, dedicata a Gianfranco Fedrigoni, che comprende libri, volumi, riviste, edizioni d’arte; Corporate Identity, che va dai cataloghi di prodotti e servizi ai coordinati grafici, dai calendari ai diari, agli inviti/auguri, alla regalistica di cartotecnica; Packaging, ovvero scatole, astucci, shopping bag, espositori da banco, e Labels, riservata alle etichette per alimenti di alta gamma ma soprattutto per vini e liquori, che quest’anno hanno fatto la parte del leone con un terzo dei lavori pervenuti, a conferma di un segmento in forte espansione in cui Fedrigoni è al primo posto in Europa.

I vincitori saranno proclamati a giugno, nel corso di una cerimonia a Parigi dove le creazioni saranno esposte in una mostra: questo è l’obiettivo a cui sta lavorando Fedrigoni, nella speranza che la diffusione della pandemia lo consenta. Oltre a ricevere un trofeo simbolico, le realizzazioni più interessanti saranno inserite in un catalogo distribuito in tutto il mondo. La giuria si riserva inoltre di attribuire un riconoscimento speciale al miglior lavoro che in ogni categoria sia realizzato con una tecnologia a stampa digitale HP Indigo, patrocinatore del premio insieme a Fedrigoni.

Guida alle teste inkjet: i consigli degli esperti

Teste inkjet

Le teste di stampa sono il cuore tecnologico di ogni sistema di stampa inkjet da cui dipende velocità di stampa, risoluzione e affidabilità. Conoscere come sono fatte e come lavorano può aiutare a compiere scelte di acquisto adeguate alle proprie esigenze.

La produzione di una testa di stampa è il risultato di continue ricerche su materiali, schemi costruttivi, metodi di scrittura basati sulla esigenza di far passare un fluido da depositare su un supporto.

In realtà qualche anno fa scoprii che le teste di stampa sono anche utilizzate per il dosaggio degli elementi nella produzione di medicinali e anni prima avevo partecipato alla preparazione di una macchina che stampava miele su biscotti con alcune teste inkjet (unica occasione in cui un errore di stampa era comunque buono…).

A parte le più originali applicazioni, procediamo nella razionalizzazione delle informazioni riguardanti le teste, perché, anche se di solito la scelta di una macchina digitale non consente di sceglierle, conoscere le loro caratteristiche tecniche aiuterà a capire le specifiche peculiarità.

Le tecnologie di base: continuous jet, cj

La tecnologia CJ nel settore della stampa è utilizzata per l’alta velocità di emissione delle gocce e la lunga vita delle teste. È molto usata a bordo delle macchine da stampa per la marcatura di produzione e allo stesso scopo per stampare direttamente su oggetti.

Per applicazioni oltre la marcatura, è Kodak che ha sviluppato questa modalità di espulsione che può essere a grandezza fissa o variabile. L’emissione a grandezza fissa (binaria) determina la grandezza della goccia e la stende in modo uniforme su tutto il supporto.

Simile a un retino offset FM, è utilizzato per realizzare stampe di prodotti da visionare a distanza molto ravvicinata, per cui si usano gocce molto fini come nel caso delle stampe fotografiche e museali, o da grande distanza, per cui si usano gocce molto ampie come le maxi-affissioni e i rivestimenti dei veicoli.

La scelta è dettata dal tipo di prodotto che si vuole stampare.

La stampa con emissione a goccia variabile (a scala di grigi) decide che dimensione dovrà avere la goccia sulla base della rasterizzazione del file e delle relative aree da stampare e avviene in multidrop.

La goccia espulsa dalla testa è sempre la stessa, ma possono essere messe più gocce in rapida sequenza affinché cadendo si uniscano realizzando una goccia più ampia. Simile a un retino offset AM le grandezze sono comunque fisse e indicate nelle specifiche della testa e sono ideali per la realizzazione di stampati commerciali, affissioni in punti vendita, prodotti di packaging e in generale un ottimo compromesso tra velocità di produzione e qualità (percepita) dello stampato.


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